L’AQUILA – di Nando Giammarini – La tragedia di Marcinelle rappresenta uno degli eventi più drammatici nella storia dell’emigrazione italiana, in Francia a Charleroi, nell’industria mineraria europea, avvenuto l’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Bois du Cazier, situata a Marcinelle, in Belgio.
Oggi, 69 esimo anniversario della strage di Marcinelle ricordiamo con rispetto, affetto e commozione quella immane tragedia mineraria. Marcinelle non è solo un ricordo doloroso, ma un monito costante e attuale sull’importanza della sicurezza sul lavoro, tema che deve essere e rimanere prioritario nell’agenda politica e sociale del nostro Paese. Nell’incendio una delle più grandi tragedie della storia perirono 262 minatori. Tra loro, 136 erano italiani e ben 60 abruzzesi, di cui 23 di Manoppello per questo considerata “Città Martire“.
I nostri corregionali erano, uomini coraggiosi e laboriosi che, sprezzanti della paura, cercavano un futuro migliore per le loro famiglie. Sento allora il dovere di esprimere il mio più profondo cordoglio ai familiari delle vittime, che ancora oggi portano nel cuore il peso di quella immane tragedia accaduta nelle viscere della terra a 1000mt di profondità. In memoria dei minatori di Marcinelle, ognuno si deve sentire impegnato a rinnovare il proprio impegno per promuovere una cultura della sicurezza sul lavoro che metta al centro la persona. Oggi il nostro pensiero va a quegli uomini, alle loro famiglie ed a tutti i caduti del lavoro con la promessa che continueremo a lottare per garantire un diritto inalienabile che deve essere tutelato da tutte le Istituzioni, con determinazione e serietà.
Questi i fatti: la mattina di quel tragico giorno, 275 minatori erano al lavoro all’interno della miniera. Intorno alle 8:10 un evento che sembrava banale interessò una catena metallica (utilizzata per trasportare i materiali) e un cavo elettrico mal isolato, provocò una scintilla. L’olio s’incendiò e le fiamme si propagarono rapidamente lungo i cavi. In pochi istanti, l’incendio si estese ai tubi che trasportavano l’aria compressa e il gas metano, elementi già presenti in abbondanza nelle miniere di carbone. La situazione peggiorò drammaticamente quando il sistema di ventilazione della miniera, che avrebbe dovuto garantire un flusso costante di aria fresca nelle gallerie, iniziò a funzionare al contrario a causa dell’incendio.
Questo malfunzionamento fece sì che il fumo denso e tossico si diffondesse rapidamente in tutte le gallerie, bloccando le vie di fuga e rendendo l’aria irrespirabile. Per i poveri minatori non ci fu via di scampo, molti morirono asfissiati, altri carbonizzati, se ne salvarono solo 13.La tragedia di Marcinelle non fu solo un evento catastrofico, ma divenne anche un simbolo del sacrificio e delle sofferenze dei lavoratori emigranti, in particolare italiani. L’evento scosse l’opinione pubblica europea, portando a una maggiore consapevolezza riguardo le condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e le condizioni di vita degli immigrati.
In Italia, la notizia della tragedia scatenò un’ondata di indignazione, dolore e reazioni popolari con conseguenti proteste contro le condizioni disumane a cui erano sottoposti i minatori italiani all’estero. Il governo italiano e quello belga si trovarono a dover affrontare critiche feroci, che portarono a una revisione degli accordi bilaterali sul lavoro e a una maggiore attenzione verso i diritti dei lavoratori emigranti.
L’Alto Aterno ha fornito tanti minatori a Charleroi. Solo nella mia piccola frazione, Cabbia di Montereale ce ne erano almeno 6, compreso mio padre, quindi ben conosco la realtà e le loro difficili condizioni di vita. Una dozzina erano anche di Marana compresi il papà e lo zio di Giusy Troiani moglie del Sindaco in carica Massimiliano Giorgi. Tuttavia gli italiani migranti si trovarono di fronte all’ostilità delle comunità locali. Non tutti gli abitanti erano infatti disposti ad accoglierli: alcuni vedevano in loro dei delinquenti altri temevano di perdere il lavoro per colpa dei nuovi arrivati. Tanto che i belgi spesso li definivano musi neri ” Geaul Noire” o “sporchi maccaroni” e li facevan alloggiare o nelle fatiscenti baracche che erano state utilizzate prima come lager dai nazisti e poi come campi di prigionia per gli stessi tedeschi.
Io – figlio di un minatore, che lavorò nelle miniere francesi di Charleroi – ben conosco le loro difficili e problematiche condizioni di vita e di lavoro ed i bistrattamenti cui erano continuamente sottoposti. Papà più volte mi raccontò delle sofferenze e delle condizioni di vita e di lavoro disumane. Mi parlò della silicosi la maledetta malattia professionale, che lo condusse alla morte nel febbraio del 1999, tipica di quanti sono a contatto con le polveri che a lungo termine ostruiscono i polmoni. Della totale mancanza delle condizioni di sicurezza per cui se, nelle cavità della terra, si verificava un incidente era la fine. Mi disse che quando proprio non ce la facevano ad andare al lavoro si davano.una martellata su un dito di modo che potevano usufruire di qualche giorno di riposo.
La memoria storica del Paese non può permettere di dimenticare una simile catastrofe. È dovere di tutti noi riflettere su analoghe sciagure che, pur nella diversità della situazione, stanno trasformando i nostri mari in cimiteri. Intendo la sicurezza e l emigrazione ricordando a tanti benpensanti che una volta costoro eravamo moi. Con la sola differenza che i nostri padri partivano con una valigia di cartone su dei treni merci ed i disperati del terzo millennio raggiungono l’ Italia con le garritte del mare in condizioni di totale ed assoluta precarietà. È la storia che si ripete, sempre quella. È la storia di uomini di ieri, di oggi e di domani che camminano su questa terra incontro allo stesso destino.










