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L’Abruzzo va in Giappone: peperone di Altino e vitigni di Gessopalena presentati all’EXPO di Osaka

Fabiano Compagnucci, ricercatore del GSSI, ha parlato dell’importanza delle coltivazioni tradizionali per le aree interne e la biodiversità

Pubblicato da Redazione
lunedì, 14 Luglio 2025 - 12:09
in Ambiente, Attualità, Eventi
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L’AQUILA – All’EXPO 2025 di Osaka, in Giappone, c’era anche un po’ di Abruzzo. Tre coltivazioni tradizionali abruzzesi – il Peperone Dolce di Altino e due vitigni antichi di Gessopalena – sono state presentate nel Padiglione Italia dell’EXPO come esempio di biodiversità, resistenza al cambiamento climatico e resilienza delle comunità delle aree interne. Ne ha parlato Fabiano Compagnucci, ricercatore di Economia Regionale presso il GSSI – Gran Sasso Science Institute, evidenziando il ruolo dei cultivar tradizionali nel rafforzare l’identità delle comunità locali e nel veicolarne i valori nel tempo: un progetto di ricerca condotto insieme a Paolo Veneri, professore di Politica Economica e direttore dell’area di Scienze Sociali al GSSI.

Le coltivazioni tradizionali locali sono parte integrante dell’identità del territorio. Lo dimostra la storia di Gessopalena, un piccolo Comune della provincia di Chieti alle pendici della Majella. Qui, Giuseppe D’Amico – uno dei pochi superstiti all’eccidio nazista di Sant’Agata del 1944 – ha salvato dalla scomparsa due vitigni unici, di cui uno, il Nero Antico di Pretalucente, autoctono (geneticamente non riconducibile né alla varietà di Montepulciano né a quella di Sangiovese) e l’altro, la Vedovella di Pretalucente, una variante locale di Sangiovese. Oggi, questi vigneti, custoditi dalla comunità di Gessopalena, crescono ancora a 650 metri di altitudine, sfidando il tempo e il clima: una storia di resistenza e resilienza.

Il Peperone Dolce di Altino-Oasi di Serranella, detto “a cocce capammonte” (l’unico “a testa all’insù”), ci racconta una storia di migrazioni, di integrazione, di riconquista di identità locale.

«Spesso si parla di identità in termini conservativi, ma l’identità è un concetto dinamico» spiega Fabiano Compagnucci. «Lo dimostra il Peperone Dolce di Altino, che in realtà non è una specie autoctona: proviene dall’area balcanica, è stato trapiantato in Abruzzo solo nel XV secolo». Grazie allo sforzo collettivo di questa comunità – sempre in provincia di Chieti – la produzione di peperone dolce, prima ridotta a pochi quintali, è quadruplicata; oggi, viene utilizzato nelle cucine di ristoranti stellati a Roma e Milano. Il peperone anima anche uno degli eventi più popolari del paese, il Palio culinario, una festa in cui, ogni agosto, le contrade di Altino si sfidano con ricette rigorosamente a base di peperone, riprese dalla tradizione delle massaie locali.

Il Peperone Dolce di Altino, il Nero Antico di Pretalucente e la Vedovella di Pretalucente sono stati tra i protagonisti di un workshop a EXPO 2025 dedicato alla valorizzazione delle produzioni agroalimentari tradizionali attraverso la ricerca. Introdotto dal console italiano in Giappone, il workshop – a cui hanno assistito ricercatori, giornalisti e numerosi visitatori, non solo giapponesi – è stato organizzato nell’ambito di BioNet – Biodiversity Network for Life, un progetto finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Dietro il progetto, una rete di nove istituzioni di ricerca del Centro Italia, con capofila l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo: oltre al GSSI, anche l’Università di Perugia, di Teramo, di Camerino, dell’Aquila, del Molise, di Macerata e la Politecnica delle Marche. L’obiettivo di BioNet è creare un ponte tra la ricerca accademica e le attività del territorio, promuovendo l’innovazione, lo scambio di conoscenze e la crescita sostenibile tramite modelli produttivi che preservino la biodiversità, con particolare enfasi sul settore alimentare come eccellenza del centro Italia e delle sue aree interne.

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