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La bulimia numerica saccheggia il sapere

Pubblicato da Redazione
martedì, 06 Agosto 2024 - 17:23
in Attualità, Cronaca, Sanità, Varie
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L’AQUILA – di Carlo Di Stanislao – Parafrasando Calvino, su Gulliver nel 1982, oggi si scrivono e si ricercano troppe cose inutili, sia in campo umanistico (dove ogni libro è un masticato di seconda mano di cose precedenti), sia sia scientifico. Penso che buona parte della ricerca che si fa, in ogni campo,  sia del tutto inutile, sia dal punto di vista applicativo che fondamentale, e non solo per quando riguarda il mondo dei teorici, ma anche per gli sperimentali.

L’argomento è naturalmente già stato affrontato, specie negli ultimi tempi, nefandi per l’increscioso dilagare dell’uso (e dell’abuso) dei cosiddetti social. Il grande Umberto Eco sentenziò, a tal proposito: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”

Su facebook e dintorni, schiere di “esperti” (imbecilli, Eco docet) dispensano giudizi sui più disparati argomenti del giorno. Moltitudini si sentono in diritto/dovere di sentenziare sulla dinamica del disastro del Mottarone, presumibilmente tutti laureati su youtube in ingegneria, specializzazione teleferiche e cabinovie; subito dopo, i dottorati acquisiti all’Università della Vita (cit.) in medicina generale, virologia e chimica consentono alle medesime schiere di deliziarci con illuminati consigli medici e analisi del CV 19, di solito urlati scrivendo in caps lock con mezza dozzina di punti esclamativi; recentemente le lauree acquisite su fb hanno prodotto schiere di esperti di geopolitica e scienze militari che trattano della nota crisi est europea (ma anche della situazione nell’Indo-Pacifico) al pari, anzi, meglio del direttore di Limes.

Non è finita. Nei social esistono blog più o meno seri ove si pubblicano centinaia di citazioni (di letterati, filosofi, ma anche artisti del rock o del cinema) e legioni di navigatori si industriano a riportarli, per intero o con adatto link, nella propria pagina fb; ovviamente oltre non si spingono, non sia mai detto che riportare una frase di Nietzsche comporti averne letto un’opera, o quantomeno conoscere per sommi capi il suo pensiero. Verrebbe da consigliare agli appassionati di Kant o Leopardi l’acquisto dell’opera omnia dell’autore da leggere in poltrona, magari con sottofondo di classica o di new age, con un buon bicchiere da meditazione sul tavolino.

Poi, l’italiano (eufemismo) usato per la bisogna dai novelli Quasimodo è generalmente quello che in prima elementare usavamo per scrivere i pensierini, tipo “la mamma cucina bene. Punto. A me piace il mare. Punto.”; il passo successivo, una serie di frasi più complesse, che costruivano il “tema”, pare ormai caduto in disuso. Due parole, punto. Tre parole, punto. E magari condite con l’aggettivo scoperto di recente e usato in quantità industriale, sicché tutto è “prezioso”; un post, un affetto, un amico, un risotto, uno spritz. Per non dire della terrificante usanza importata dall’uso dello smartphone, di scrivere tagliando le parole, come se il risparmio di decimi di secondi nello scrivere “tt” in luogo di “tutto” o “xkè” allungasse la vita; oltre alla scoperta del “K”, usato in luogo della C, sicché leggo (fresca di giornata) “qualkosa” e qui non c’è nemmeno, a scusante, l’accorciamento del vocabolo, siamo alla follìa. Naturalmente esistono anche moltitudini di cosiddetti analfabeti funzionali, tecnicamente in grado di leggere, ma difficilmente in grado di scrivere qualcosa di senso compiuto, non avendo più preso in mano una penna dopo la scuola dell’obbligo (sono però fruitori compulsivi dei tasti dello smart con l’italiano di cui sopra).

Si scrive troppo. E qua viene in soccorso un libriccino scritto nel 1771, dunque in epoca non sospetta: “Si scrivono cose inutili. (…) Si scrive su argomenti che bisognerebbe evitare quando non se ne ha il compito (…). Voi direte che sono autori: hanno scritto un libro. Dite, piuttosto che hanno sprecato della carta oltre ad aver perso il loro tempo. Diciamo tutt’al più – per non sembrare troppo critici – che sono rimasti gli stessi di prima. E’ questa la condizione dei fabbricanti di romanzi, di aneddoti, di racconti, di versi burleschi e licenziosi, eccetera. Rimarrà loro almeno il piacere di credersi autori” (Abate Dinouart, L’arte di tacere).

Annota ancora Dinouart in fondo al libretto, i “Principi necessari per esprimersi nei libri”, dei quali vanno ricordati almeno i primi due:

– E’ bene trattenere la penna, se non si ha da scrivere qualcosa che valga più del silenzio
– Esiste un momento per scrivere come esiste un momento per trattenere la penna

Il secondo principio fa ovviamente riferimento al noto versetto biblico “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo” (Ecclesiaste, 3,1).

L’esortazione biblica è citata già nella prima parte del libriccino, nei “Principi necessari per tacere”, con i primi due che recitano:

– E’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio
– Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare.

Qualcuno obietterà che, in fondo, anche lo scritto presente e gli altri miei non sono  strettamente necessari. E’ vero, ma me ne rendo conto; è un vezzo e lo so. E confesso candidamente che a volte anch’io copio-incollo, di solito per burlarmi degli imbecilli di Umberto Eco, il quale, per sua fortuna ora diversamente occupato ed è esentato dall’irritarsi per le nefandezze umane.

Esce proprio mentre scrivo queste cose una ennesima biografia su Bill Gates: Billionaire, Nerd, Savior, King: Bill Gates and his quest to shape our world’ ,  scritto dalla giornalista del New York Times Anupreeta Das, che racconta i dettagli intimi delle relazioni del miliardario con le donne. L’agenda di Bill Gates sarebbe stata piena di “impegni” senza spiegazione e la moglie Melinda avrebbe almeno una volta cambiato l’intero staff di sicurezza del consorte perché non si fidava di loro. Ma la decisione di lasciarlo sarebbe stata presa per un altro motivo: la rivelazione dei dettagli del suo legame con Epstein il pedofilo. Ora mi chiedo: c’era bisogno di un nuovo libro per ciò che da tempo è più che chiaro?

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