L’AQUILA – di Nando Giammarini – Ricorre oggi, 6 aprile 2021, il 12° anniversario del grave terremoto dell’Aquila che provocò 309 vittime e tantissimi feriti radendo praticamente al suolo la città. Un evento disastroso una ferita aperta che non si riesce a rimarginare.
Importante ricordarlo in un eterno patto d’amore con il capoluogo di provincia abruzzese e tutti i centri del cratere sismico. Gli anni precedenti la maledetta pandemia, la notte del sei aprile era animata da manifestazioni che interessavano il centro storico e culminavano in piazza Duomo dove venivano letti i nomi dei 309 nostri concittadini periti nel sisma accompagnati dal rintocco della campana della vicina chiesa delle Anime Sante. Il tutto con una possente partecipazione cittadina.
Con il passar del tempo – indubbiamente a causa di molteplici fattori, in primis il divieto di assembramento imposto per evitare i contagi da Coronavirus – il ricordo tende ad affievolirsi e rischia di cadere nel dimenticatoio come è avvenuto per l’altro tremendo sisma, quello della candelora del 1703 che fece circa 6000 vittime tra l’Aquila ed il circondario. Solo a Montereale e nelle sue Frazioni ce furono oltre 800.
Un evento distruttivo per cui si cambiarono anche i colori della città da bianco rosso a nero verde; il nero rappresentava il lutto per la sciagura subita ed il verde la speranza per la ripresa. Mentre sto accendendo un lumino alla finestra di casa di Cabbia in ricordo dei 309 corregionali che persero la vita sotto le macerie 12 anni fa mi viene in mente la proposta avanzata dal prof. Stefano Flamini – anch’ egli originario dell’Alto Aterno, e stimato chirurgo ortopedico in servizio a Villa Letizia – secondo cui la città è sempre più distaccata manca un memoriale a monito di quanto avvenuto e continua affermando: ”Finchè vivrò continuerò a riproporre questa idea”.
Inutile dire che sono totalmente d’accordo con la proposta Flamini poiché le persone e gli eventi, loro accaduti in vita, vivono attraverso il ricordo della memoria. Di seguito la lettera aperta scritta dal prof. Flamini alla città ed alle sue Istituzioni su cui vorremmo un parere spassionato dei nostri lettori, dei politici cittadini e delle autorità ecclesiastiche.
“Vorrei che il 6 aprile potesse diventare anche il giorno del nostro Santo Patrono, San Massimo. Quel San Massimo che siamo sicuri ha protetto la sua Comunità in un momento tanto drammatico”.
Ad affermarlo è Stefano Flamini, chirurgo ortopedico della casa di cura Villa Letizia, nella lettera aperta indirizzata alla città e alle sue Istituzioni con una proposta in vista del primo anniversario del terremoto, e seguita negli anni successivi, che riportiamo: “Il 6 aprile 2009 alle ore 3.32 un disastroso terremoto ha segnato la vita di tutti noi e la storia della nostra città. I momenti successivi a quella terribile scossa sono stati vissuti in modo diverso da ognuno di noi ma, probabilmente, provando le stesse sensazioni ed emozioni. La paura, anzi il terrore, l’incredulità dei primissimi istanti hanno poi lasciato il posto al dolore, alla percezione netta di aver perso tutto, di essere “sfollati”, di non avere più non soltanto la casa ma anche i luoghi e i punti di riferimento della nostra quotidianità. In pochi secondi le nostre vite sono state stravolte da un’esperienza, da un evento, che resterà ricordo doloroso ed indelebile. Un ricordo che, per chi come noi lavora in un reparto di Traumatologia, in un ospedale che ha subito gravissimi danni a causa di quell’ evento sismico, significa volti, grida di dolore, richieste di aiuto, corse contro il tempo per far fronte ad ogni necessità, condivisione totale di un dramma che non può essere dimenticato e che dovrà servire da lezione alle generazioni future. Agli aquilani che fra trecento anni abiteranno ancora questa bellissima e martoriata città e che potranno trarre insegnamenti utili da quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo noi, gli aquilani di oggi; quegli aquilani che ricordavano a malapena e solo perché legato all’inizio dei festeggiamenti del carnevale l’altro catastrofico terremoto che ha distrutto L’Aquila e il suo territorio, i suoi “castelli”. Per questo, ma anche perché abbiamo vissuto da vicino toccando con mano l’esperienza di dolore e morte che un evento del genere provoca, vogliamo lanciare una proposta alla Comunità. Sarebbe necessario che il 6 aprile diventi un giorno della memoria per la città, un giorno speciale di ricordo e commemorazione che non si perda con il passare degli anni e con la scomparsa dei testimoni diretti. Un giorno speciale legato se possibile, proprio come il sisma del 2 febbraio 1703, ad una ricorrenza speciale. Non sappiamo quanto ciò possa essere realizzato ma sarebbe bello che il 6 aprile potesse diventare anche il giorno del nostro Santo Patrono, San Massimo. Crediamo che riuscire a far diventare questo giorno una tappa importante e ogni anno scandita dalla commemorazione possa servire a non dimenticare il volto dell’Aquila e dei suoi abitanti, possa servire a non dimenticare 309 vittime e migliaia di feriti anche molto gravi. Un giorno della memoria che possa spronare ad andare avanti e a fare in modo che eventi del genere non possano più provocare tanta disperazione. Non solo per noi e per i nostri figli dobbiamo “ricordare”, ma anche per Celestino, Bernardino, Giovanni, Antonuccio, Lalle, Iacopo, Buccio…che ci hanno permesso di vivere L’Aquila che abbiamo vissuto”.











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