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“Pasqua: tempo della fiducia e dell’impegno”, il messaggio alla comunità del cardinale Petrocchi

Pubblicato da Redazione
venerdì, 26 Marzo 2021 - 10:59
in Attualità, Varie
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Giuseppe Petrocchi

L’AQUILA – Gesù ci esorta a distinguere i “segni dei tempi” (cfr. Mt 16, 1-3), cioè ci invita ad identificare e comprendere gli elementi essenziali che svelano progressivamente il progetto di Dio, che opera nella nostra storia.

Gli eventi che accadono sono simili ad una casa; possiamo esaminarla, rimanendo però all’esterno: in questa prospettiva ciò che ospita all’interno ci rimane ignoto; oppure si può entrare, usando la giusta chiave di ingresso: in questo caso riusciamo ad osservare e valutare l’arredamento che contiene, e, nel caso si tratti di beni preziosi, valorizzare il tesoro deposto.

Pertanto, si può guardare (da “fuori”) un evento, senza vedere (ciò che porta “dentro”), così come si può descriverlo (facendo solo “cronaca”) senza capirlo (cioè, senza coglierne il “significato”, umano e cristiano).

Non basta, limitarsi a “constatare” e “raccontare” ciò che accade (rimanendo al livello del “dato di fatto”), occorre – con intelligenza e perseveranza – cercare una “spiegazione adeguata” (che intercetta il “perché” e il “come” del fenomeno).

Inizia così il messaggio alla comunità ecclesiale del cardinale Giuseppe Getrocchi, arcivescovo di L’Aquila, per la Pasqua 2021.

Da circa un anno – prosegue – siamo entrati tutti nel grande “tunnel” della pandemia da Covid19. Si tratta di una calamità sanitaria che ha prodotto molte vittime e danni incalcolabili: in tutti i versanti della vita pubblica e privata. Un vero disastro: sociale, economico e culturale.

Il tempo di Pasqua ci chiama a vivere da credenti il “trauma collettivo” da cui siamo avvolti: quindi veniamo spronati dallo Spirito a scrutare questa emergenza epocale con la luce del Vangelo e con gli occhi della fede. Siamo tenuti, come Chiesa, a fare-Verità sui fatti che ci capitano, per essere capaci di pensare con sapienza e di comportarci da autentici discepoli del Signore, crocifisso e risorto.

Questa epidemia rovinosa – di proporzioni planetarie – può essere paragonata ad una grande frana, che determina lo smottamento di una montagna, ritenuta salda e compatta. Proprio il cedimento rende visibili gli strati geologici profondi e ne mostra le “fragilità strutturali”, che erano “nascoste” nel sottosuolo. Prima di quello svelamento imprevisto, si aveva una valutazione scorretta dello “status” della montagna: proprio lo sfaldamento mette tristemente a nudo la sua effettiva inconsistenza e ne denuncia le pericolose instabilità: verità inaspettata e “shockante”, che consente di scoprire precarietà e debolezze prima occultate, e permette di prendere i provvedimenti opportuni.

In modo simile, questa “sciagura virale” «smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità».

Anche comportamenti collettivi evidentemente “dissonanti” rispetto alle misure restrittive emanate dalle legittime Autorità – aggiunge Petrocchi -, hanno evidenziato vistose carenze nel primato da assegnare al bene comune e diffuse mancanze di disciplina civica. Compaiono mentalità di “impronta” autoreferenziale e comportamenti di stile trasgressivo, dovuti anche alle massicce “dosi di individualismo” sistematicamente iniettate (nella mente, nelle emozioni e nelle relazioni della gente) da una cultura di stampo narcisistico, edonistico e relativistico. Molti – condizionati da queste tendenziosità “percettive”- hanno avvertito le limitazioni prescritte come un intollerabile attentato alla libertà del soggetto: di qui la tendenza a oltrepassare la soglia della norma, scivolando in condotte egocentriche e nocive.

Grazie a Dio, sono entrati in campo anche comportamenti virtuosi (connotati da commovente dedizione), testimoniati da Appartenenti alle Istituzioni e agli Organismi sociali; così come numerosi cittadini si sono mobilitati per garantire il sopravvento degli interessi generali rispetto a logiche privatistiche. Si possono citare tanti esempi di “altruismo eroico”, spinto fino al martirio: cioè fino al gesto di dare la vita per il bene del fratello.

Per tutti i Membri della Chiesa, specie in questo tempo di Pasqua, è necessaria una profonda “revisione di vita”. Scrive Papa Francesco: «Signore, risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, “ritornate a me con tutto il cuore” (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri».

Per vincere questo “virus-canaglia” – esorta l’arcivescovo – occorrono efficaci e rapidi provvedimenti sanitari – come la vaccinazione di massa – ma anche una “svolta culturale”. La pandemia, infatti, rappresenta una prova epocale: una sfida globale a cui rispondere con accresciuto “tasso” di solidarietà, con un allargamento degli spazi della partecipazione popolare e con una fattiva corresponsabilità, accompagnata da un deciso incremento nella esperienza di fraternità e nella coesione civile.

La sfida della pandemia deve pure costituire una occasione di progresso nella conoscenza-di-se stessi. Queste “contingenze avverse”, infatti, provocano “squarci” nei “paraventi interpretativi” (artificiosi e autolegittimanti) dietro i quali ci nascondiamo a noi stressi. Proprio queste “fessure” ci consentono di scorgere aspetti, ignorati o negati, della nostra personalità: ci permettono, così, di vederci come siamo davvero.

Guardiamoci dentro e cerchiamo, alla luce del Vangelo, di esaminarci meglio: “cosa” pensiamo, “come” reagiamo, quali comportamenti mettiamo in atto? Quali paure ha provocato in noi questa epidemia? Quali angosce ha evocato? Quali speranze ha mobilitato? In quali forme di sana obbedienza civica e di coraggio gratuito ci ha visti protagonisti?

Molti nostri fallimenti sono imputabili al fatto che non siamo stati buoni amministratori di noi stessi. Per questo arriviamo impreparati ad affrontare contrarietà che non avevamo messo in conto. Reagiamo male, e complichiamo ulteriormente il problema.

La parola d’ordine deve essere: cambiarci in meglio. E per evitare propositi generici, destinati a rimanere solo intenzioni astratte, è opportuno polarizzare l’attenzione su alcuni tratti del nostro carattere, che vogliamo trasformare in “direzione-Positivo”: prendendo di mira difetti da smantellare e atteggiamenti virtuosi da potenziare.

Nella misura in cui recuperiamo la “vista spirituale” su noi stessi, saremo in grado di scrutare meglio anche l’esistenza degli altri: non per giudicare, ma per amare con raggio più esteso ed includente: «ubi amor, ibi oculos”» (dove regna l’amore, lì vi sono occhi che sanno vedere) recita un antico proverbio. E solo chi sa “accorgersi” delle gioie e dei dolori (specie quelli “sommersi”) che palpitano nel cuore degli altri, può avere la carità che «tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,7).

Bisogna avere la mano al polso delle situazioni per evitare che in noi e attorno a noi si attivi la trappola delle reazioni scomposte e dirompenti: disorientamento, sconforto e rabbia. In particolare, va posta la massima cura nelle relazioni familiari, poiché quando in casa entra la sofferenza, spesso esce la pace.

Quando la nostra vita è visitata dai problemi, la risposta deve essere perentoria: non lasciarsi ingoiare dalla difficoltà, né restare imbrigliati nelle sabbie mobili delle nostre emozioni. Bisogna affidarsi al Padre che è nei cieli e uscire subito da noi stessi, mettendosi ad amare: ciò non significa solo compiere il bene, ma fare il bene che Dio vuole. Con la stessa vigilanza, si deve evitare la tentazione di lasciarsi andare alla mediocrità.

Dio è Colui che salva, se lo lasciamo agire. Non ci lascia mai soli, abbandonati a noi stessi, ma accende lungo la nostra strada le luci di cui abbiamo bisogno e ci comunica la forza per superare le difficoltà che sembrano sbarrare il percorso.

Il Suo dono, totale e definitivo, è la Pasqua di Gesù, che ci raggiunge attraverso la Chiesa. Come Lui ha vinto il male, così anche noi, partecipando alla Sua croce, possiamo varcare ogni forma di negatività ed entrare nella Sua Risurrezione.

Alla luce della Pasqua, la sofferenza, a cui siamo esposti, assume un valore redentivo e diventa esperienza di crescita integrale: spirituale ed umana. Ma va vissuta secondo il Vangelo, altrimenti resta evento che ci lacera interiormente e può infettarsi: nella dimensione etica, psicologica e relazionale.

Anche la sofferenza, perciò, è chiamata a diventare “passaggio”. È come un “ponte”: c’è chi si rifiuta di attraversarlo e resta, perciò, “al-di-qua” del percorso aperto dalla grazia, prigioniero del suo logorante rigetto. In questo approccio, spesso la sofferenza si fa oscura e rancorosa: e proprio la collera o l’avvilimento la dilatano e incupiscono. C’è pure chi si spinge sul ponte, ma rimane a metà del tragitto, bloccato da una insufficiente motivazione evangelica: non va “oltre” e così non raggiunge la sponda liberante della speranza. È simile a chi è affetto da una patologia grave e ne conosce la terapia, ma non riesce ad applicarla: in questo modo alla condizione di “sconfitta esistenziale” si aggiunge la delusione e un senso astioso di impotenza. La vittoria sta nel compiere per intero il cammino di attraversamento “pasquale”, per trovarsi sul terreno della “risurrezione”, che è sempre pace e gioia nel Signore. Anche se la sofferenza c’è ancora, non ci uccide più “dentro”: anzi, trasformata in offerta, diventa “luogo” in cui Dio riversa la Sua grazia.

Stiamo “valicando” una dura asperità storica, che dobbiamo trasformare in tempo di irrobustita fiducia in Dio e “spazio” di un moltiplicato impegno evangelico.

Affidiamo alla misericordia del Signore – invita infine il cardinale Petrocchi – le vittime del Covid19, così come accompagniamo con la preghiera le persone contagiate e i loro parenti. Il pensiero, animato da convinta prossimità, corre a quanti hanno subìto danni personali, famigliari e professionali a causa della pandemia.

Ricordiamo nella preghiera anche i due Operai morti, mentre svolgevano il loro lavoro, in un cantiere di S. Pio delle Camere (AQ).

L’umile Vergine di Nazareth che, con l’“acqua viva” della fede e della carità”, sa rendere ogni “deserto esistenziale” un giardino fraterno, dove fioriscono la letizia e la comunione, ci aiuti a diventare costruttori della “civiltà solidale”, capace – proprio nelle ore buie della storia – di innalzare le solide colonne di un avvenire poggiato sullo Spirito di unità: per questo, prospero e condiviso. Nella certezza che – come afferma una saggia massima – “oltre le nuvole che passano, resta il Cielo”!

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Tags: giuseppe petrocchipasqua

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