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Cinque anni dopo il terremoto dell’Aquila, la città che dorme ancora.

Pubblicato da Redazione
sabato, 05 Aprile 2014 - 10:35
in Cronaca
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L’AQUILA: – di Cristina Parente – “E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno. Finse di morire per un giorno, e di rifiorire alla sera, senza leggi da rispettare. Si addormentò in un angolo di cuore per un tempo che non esisteva. Fuggì senza allontanarsi, ritornò senza essere partito, il tempo moriva e lui restava”.

Era il 6 aprile di cinque anni fa quando L’Aquila decise, in una notte fredda e buia, di addormentarsi.
Come recitano le parole di Luigi Pirandello, tratte da “Poesie sparse”, L’Aquila è un pò come un amante che si ama perdutamente e senza fine;  fugge, scappa, si addormenta soavemente per un breve tempo, ma resta per sempre lì nei nostri cuori perchè l’amore, quello vero, non muore mai.

In questi cinque anni abbiamo vissuto L’Aquila in mille modi.
Abbiamo vissuto L’Aquila bella, quella dalle piccole rinascite.
Piccolissimi passi che hanno dato modo agli aquilani di sorridere almeno per un istante, chiudere gli occhi e pensare che forse un po’ di speranza per questa città ci sia ancora.
Abbiamo vissuto L’Aquila brutta, quella dalle mille sfaccettature politiche, quella che ti promette tutto, quella ingannevole e dalle mille parole.
Quella che nessuno vorrebbe né più vedere né più sentire.
Poi abbiamo vissuto L’Aquila degli aquilani, quella vera!
Quella che ci fa continuare a dire con orgoglio a chi lo chiede: “Sì, io sono dell’Aquila”, quella che a distanza di cinque anni, da quella terribile notte, continua a farci battere forte il cuore quando passiamo nei posti più colpiti e che ci fa scendere una lacrima nel ricordare che lì a perdere la vita sono state tante persone innocenti.
La vera L’Aquila non è quella che vogliono far vedere ora, quella dalle infinite passerelle da parole dette e scritte solo in occasione di un anniversario, è quella che per passare su Piazza Duomo a ora di pranzo dovevi chiedere quasi permesso e la tua passeggiata si mischiava alle grida del mercato e all’odore del cibo.
Per gli aquilani quella notte maledetta resta un ricordo vivo ogni giorno.
Al 6 aprile non si scappa.Le crepe che si continuano a vedere nei muri delle case e dei palazzi sono le stesse che si sono aperte nei nostri cuori anno dopo anno, ma sono proprio queste a essere le più difficili da riparare.

Pochi istanti. 26 secondi. Nella quotidianità quanti 26 secondi passano senza neanche rendercene conto.
Quella notte però si sono fatti sentire tutti e tanto. Una cosa sola gridavamo tutti insieme in quei 26 secondi mentre eravamo nelle nostre case: “smettila di tremare, ti prego smettila può bastare cosi!”
26 secondi. Un attimo trasformato in eternità. 26 secondi per far si che le nostre vite cambiassero completamente e per sempre.

Siamo stati svegliati da quel sonno delicato e lungo, siamo stati svegliati perchè a voler incominciare a dormire da quella notte era la nostra amata L’Aquila e noi, amandola perdutamente come solo un innamorato può fare, abbiamo deciso di accontentarla.
Allora riposa L’Aquila mia, riposa perchè con tutte queste parole che sei abituata a sentire da cinque anni sarai sicuramente stanchissima. Riposa, noi ti aspettiamo perchè, come scrive Pirandello, come ogni amore vero sei destinata a tornare presto.

Concludo con un refrain di canzone, quella degli “Artisti uniti per l’Abruzzo”: “Dove sarò domani, che ne sarà dei miei sogni infranti, dei miei piani. Dove sarò domani, tendimi le mani, tendimi le mani”.
La mia città toglieva il respiro, anzi, te lo toglie anche ora che è ferita, fasciata, impolverata, blindata e rattoppata.
Io lo so dove sarò domani. Domani sarò sempre qui a L’Aquila, perchè L’Aquila tornerà a volare grazie a noi aquilani.

Con un po di malinconia nel cuore e con occhi assenti, ora che il 6 aprile torna a bussare, a cinque anni dal terremoto, mi viene solo da dire: “Venite tutti a L’Aquila, venite a vedere cosa fa male davvero.”

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