
L’AQUILA: – Il popolo dei “Forconi” è tornato a protestare soprattutto in Piemonte e Liguria, con presidi tra Imperia, Genova e Torino, ma con manifestazioni in tutta Italia e con rafforzamento della vigilanza attorno a Palazzo Chigi, Palazzo Madama, Quirinale e Montecitorio.
Si erano palesati in Sicilia, un anno fa, ed ora dilagano in tutto il Paese per protestare contro una politica incapace ed un governo, o meglio dei governi, che non risolvono i problemi di lavoro ed occupazione ed si impegnano solo a garantire banche e loro stessi.
L’inizio ieri, con 14 feriti a Torino e con alcuni polizziotti che hanno soldarizzato con loro, togliendosi il casco, mentre urlavano “politici assassini”, mossi dalla voglia forsennata di paralizzarlo questo Paese incapace di rispondere alle esigenze dei suoi cittadini.
Dalle Marche alla Sardegna l’onda di indignazione è unanime, con in piazza anche semplici cittadini che chiedono le dimissioni dell’esecutivo e un referendum per l’abolizione dell’euro.
Già dalla tarda serata di domenica sono sorti un centinaio di presidi dalla Sicilia al Veneto. Volantinaggi e manifestazioni in tante città, dove sono assenti sigle o bandiere di partito, ma sventolano i tricolori. Si temono infiltrazioni di gruppi di estrema destra, e non solo, come ha spiegato MarianoFerro, leader del movimento, che ha però detto: “saremo noi per primi a difenderci”.
Sul loro sito, www.forconi.it, dicono che il loro intento non è di scardinare lo stato, tantomeno di iniziare una rivoluzione, bensì quello di farsi ascoltare e di chiedere con forza a chi ingiustamente “ci rappresenta di aiutarci a non sprofondare nelle viscere dell’usura, del fallimento, dell’oblio e del suicidio”.
In queste Italia crescono rabbia e malessere sociale, con gente sempre più furiosa che protesta senza bandiere né partiti, perché non ce la fa più a far quadrare i conti.
Ieri, durante il programma “Piazza Pulita”, in onda su La 7, Lucio Chiavegato, tra gli organizzatori della manifestazione, ha confermato lo scenario di uno spostamento di massa verso la capitale: ‘Se mercoledì Letta otterrà la fiducia, ci sentiremo autorizzati a indirizzare la nostra protestavicino ai palazzi del potere. Tutto il popolo italiano sarà lì per urlare che non si sente rappresentato da questi signori: è arrivato il momento per loro di andare via tutti’.
La situazione è grave ed è emblematico il fatto, come sottolineato da Felice Romano, segretario del Sindacato della Polizia di Stato, che polizziotti a Torino, a Genova e altrove, si siano tolti il casco per significare che davvero la misura e colma e he occorre “dire basta alla lontananza della politica governativa e dei palazzi del potere rispetto ai danni che stanno producendo contro le famiglie e i lavoratori”.
A dipingere la gravità delle cose due fatti: la Spagna che continua a batterci in quanto a ripresa e spread e i dati, diramati ieri da Bankitalia, di una stretta credidizia che contuinua ad aumentare, con le banche che non fanno più prestiti ed attuano tassi del 5% alle impresee sino al 14% alle famiglie, con una calo di erogazioni del 4,9% per queste ultime e gli istituti di credito, anche se ampiamente aiutati, che danno la colpa alla crisi, che invece diventa più forte proprio a causa della stretta.
Il sistema nel frattempo si avvita con imprese che non riescono a lavorare perché per far fronte alla crisi dovrebbero investire potendo contare sul supporto finanziari.
I prestiti, infatti, sono tra le più rilevanti fonti di reddito del sistema e per le società non finanziarie la voce sofferenze ha superato per la prima volta a ottobre quota 100 miliardi: il quadruplo rispetto ai livelli pre-crisi.
Renzi ed i suoi (uno staff di 12 persone, con una età media di 35 anni), hanno detto che non intendono essere i “commissari liquidatori” del Paese, ma è difficile crederci dopo oceani di parole di una cangiante, ma sempre uguale classe politica e dirigente, che ha permesso la nascita di un Quinto Stato di 8 milioni di apolidi in Patria, ai quali non sono roconosciuti i diritti fondamentali, una popolazione fluttuante, composta da lavoratrici e lavoratori indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente, la cui cittadinanza, al pari di quella di 5 milioni di stranieri, non è misurabile a partire dal possesso di un contratto di lavoro, né dall’appartenenza per nascita al territorio di uno Stato-nazione poiché per questi soggetti si presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e l’attività professionale, l’identità di classe, la comunità politica e lo Stato.
Difficile criticare la rabbia di chi vede nello Stato qualcosa che ha consentito che tanti cittadini siano di fatto stranieri o barbari appartenenti a comunità di senza comunità edi senza diritti, creando un Quinto Stato non che non ha diritti né tutele certe, ma li acquista e le perde nello smercio quotidiano delle committenze, dei contratti, degli incarichi o dei favori, con la emersione di una nuova figurta di “apolide integrato”, che paga le tasse, vota, esprime la sua opinione in piazza, ma non esce mai dalla zona grigia tra lavoro e non lavoro.
Da fine novembre, Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri stanno girando l’Italia per presentare “Il Quinto Stato” (Ponte alle Grazie 2013), un romanzo di formazione che si impegna a raccontare i tratti di una nuova e ancora inesplorata composizione sociale, con nuove coalizioni arrabbiate che nascono sul riuso e sulla riqualificazione, sulla reinvenzione delle vecchie camere del lavoro, sulle esperienze di coworking, sulll’occupazione di un teatro o di un cinema, sulla creazione di reti dell’innovazione sociale o dalle lotte per la difesa del territorio.
E, si legge nel romanzo, che nel Quinto Stato sta emergendo un diritto non statale, che nasce dall’elaborazione dell’intelligenza diffusa e giunge alla definizione di un potere basato sulla proprietà collettiva, come neicasi del teatro Valle o del Cinema Palazzo a San Lorenzo.
Ma questo è un modo pacifico di fare resistenza e, come si vede dai “Forconi”, non l’unico modo di dire basta e di protestare, con rabbia crescente che rischia ad ogni istante di diventare furore, come quello descritto da Steinbeck nel suo capolavoro del 193, 9 con i nuovi poveri giunti alla disperazione e pronti ad ogni gesto pur di sopravvivere.










