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L’ottima impresa di Papaleo.

Pubblicato da Redazione
martedì, 29 Ottobre 2013 - 17:40
in Varie
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L’AQUILA: – di Carlo Di Stanislao: – Opera seconda di Rocco Papaleo, che fa centro al botteghino e piace ai critici, con quattro storie riunite attorno e dentro ad un faro e, per protagonisti, la musica (come nel suo esordio “Basilicata coast to coast”) ed il paesaggio.
Un film che, come accade in certo cinema italiano, da Germi alla Wertmuller, nasconde il dramma dietro alla satira, con l’io narrante che è un prete che si è “spretatato” per amore, che per evitare alla famiglia il pubblico disonore, si autoesilia in un casale che un tempo fungeva da faro.
E lì arrivano, per un capriccio del caso, uno dopo l’altro, vari personaggi che, a diverso titolo, sono considerati, secondo la morale corrente, dei rejetti: una prostituta dell’Est, emancipata, che rivendica la piena legittimità del mestiere; il genero dell’ex-prete che è stato abbandonato dalla moglie ed è per questo considerato un cornuto disonorato; sua moglie stessa che, si scopre, si è fidanzata con un’altra donna; e un’altra coppia omosessuale di operai con a carico la figlia di uno dei due.
Alla strammba comitiva si unisce anche la madre del prete, che, pur partecipando a pieno della mentalità del paese, avendo come figli e parenti tanti “sfigati”, finisce per essere considerata una “sfigahata”lei stessa.
Ma i reietti si uniscono, e formano una comunità operosa, solidale e felice e sotto il bel sole del Sud, sulle rive di uno splendido mare, ristrutturano il casale e ne fanno un bellissimo albergo, che si presume, malgrado l’ostracismo dei compaesani, darà di che vivere a loro tutti.
Nel film, davvero attento, divertente e garbato, Papaleo e l’ex prete, la Bubulova la prostituto, Scamarcio il marito tradito e Giuliana Lojodice la madre.
Il film, dicevamo, è piaciuto a tutti o quasi e solo una piccola polemica ne ha funestato l’uscita (il 18 scorso) ed il percorso: un articolo de L’Unione Sarda che ha accusato Papaleo di non aver mantenuto la promessa di valorizzare i luoghi della Sardegna divenuti set della pellicola; acccuse che hanno destato tale “sconcerto” da far nascere l’esigenza di chiarire alcuni punti da parte de “La Paco Cinematografica che, ha dichiarato, ha investito sul territorio sardo quasi il 50% del budget pari a 2.000.000 di euro coinvolgendo maestranze, comparse e fornitori nonostante la partecipazione della Regione Sardegna sia quantificabile nel 1,75% grazie al contributo di ospitalità ricevuto dalla Sardegna Film Commission del Presidente Antonello Grimaldi.
Tornando al film,i l tono della narrazione è semplice e poetico (e l’ottimo cast vi si cala con indiscusso mestiere, Scamarcio e Lojodice su tutti), anche se viene un po’ tradito nel finale da una concessione un po’ spocchiosa al politicamente corretto, con una morale che, pur essendo la storia tutta incentrata nel denunciare coloro che puntano il dito giudicando, a sua volta punta il dito contro coloro che, non sempre per ragioni meschine ma per convinzioni ideali e/o religiose, possono avere opinioni diverse sui cosiddetti “temi etici”. Insomma, alla fine, Papaleo sembra dirci che quei simpatici “outsider” raccolti intorno al prete spretato sono i membri di una comunità di “illuminati” (non a caso vivono in un faro che – sembra ancora di capire – illumina il mondo con il suo senso di giustizia), di privilegiati in volontario esilio da una comunità circostante di cavernicoli ipocriti.
Semplicicistico e rassicurante, anche se alla fine si tratta solo di un pedonabile “peccato veniale”.

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