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A sedici anni dal sisma, intervista a Giustino Parisse

Pubblicato da Redazione
domenica, 06 Aprile 2025 - 08:15
in Ambiente, Attualità, Cronaca, Varie
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L’AQUILA – di Sa. Gia. – Giustino Parisse, giornalista e scrittore aquilano, ha vissuto sulla propria pelle il dramma del terremoto del 6 aprile 2009, perdendo due figli e il padre. A distanza di sedici anni, riflette sulla ricostruzione, sulla memoria e sul futuro della città.

A che punto è la ricostruzione della città e del tessuto sociale?
«Se partiamo da Onna, il mio paese, oggi possiamo dire che è quasi interamente ricostruito. Rimangono ancora alcuni cantieri aperti, ma dei 20-21 aggregati originari, quasi tutti sono stati avviati e alcuni già completati. Alcune famiglie sono tornate a casa, mentre restano da risolvere un paio di situazioni più complesse. Tuttavia, per gli spazi pubblici, le piazze, i sottoservizi e gli arredi urbani, siamo ancora molto indietro.

A livello generale, gli uffici speciali parlano di un avanzamento dell’85%, ma la realtà è diversa: credo che siamo tra il 50 e il 60%. Se guardiamo al centro storico dell’Aquila, l’asse principale è stato ricostruito, da Piazza Duomo fino alla Fontana Luminosa, ma nelle aree periferiche e in molte frazioni i lavori sono ancora in corso.

L’Aquila ha 60 frazioni ed è difficile immaginare che si possa arrivare a una ricostruzione completa in tempi brevi. Credo che il 2030 possa essere una data plausibile per vedere finalmente i risultati finali».

Come si vive il rapporto con la memoria di quella notte? Il tempo rischia di attenuarne il ricordo?
«Per me la memoria è tragica e dolorosa. La mia vita si è fermata lì, quella notte. Prima del terremoto avevo 50 anni, una famiglia, dei progetti, delle speranze. Tutto è stato spazzato via in un attimo. Da allora, la mia esistenza è diventata un sopravvivere, ma senza subire la vita.

Ho ricostruito casa con le mie forze, ho fatto debiti, ho continuato a lavorare come giornalista, raccontando il terremoto, le macerie, il dolore e poi la ricostruzione. In questi sedici anni ho scritto montagne di articoli, probabilmente non basterebbe un’enciclopedia per raccoglierli tutti.

La memoria, col tempo, diventa anche un filtro per guardare il presente e il futuro. È un peso che porto ogni giorno, ma anche una responsabilità».

Come si rapportano alla memoria del terremoto i giovani nati dopo il 2009?
«I ragazzi che oggi hanno 20-25 anni portano il segno di quella notte. Molti di loro avevano 7-8 anni e sono passati dal dormire nel loro letto a vivere nelle tendopoli. Quella ferita resterà.

Per chi è nato dopo, invece, L’Aquila è una città “enigmatica”. Non hanno mai vissuto la città com’era prima, hanno visto solo dispersione e frammentazione. Molti sono cresciuti nei MAP, in una realtà che non somiglia alla città compatta di un tempo.

La ricostruzione fisica avverrà, ma non sarà mai quella del 2009. Tanti anziani non ci sono più, molte case resteranno vuote e chi arriverà magari non avrà alcun legame con il territorio. Questo è il vero enigma: i giovani di oggi riusciranno a ricostruire anche l’anima della città?

Noi adulti dobbiamo essere il loro esempio, raccontare la città, farla amare e consegnarla a loro affinché la facciano rivivere».

Se potessi mandare un messaggio alle istituzioni, cosa chiederesti per L’Aquila e per Onna?
«Il giorno dei funerali delle vittime, il 10 aprile 2009, dissi al sindaco dell’epoca, Massimo Cialente: “Adesso tocca a te!”.

Le istituzioni hanno fatto tutto il possibile? No, si poteva fare di più, ma non voglio colpevolizzare nessuno. Oggi chiedo alla politica di voler bene a questa città, di smettere con i giochi di potere e dedicarsi con serietà alla ricostruzione.

La classe dirigente della ricostruzione sarà giudicata tra cinquant’anni per ciò che ha fatto e ciò che ha lasciato. Non per una fontanella o una pavimentazione, ma per la visione che ha saputo costruire. La storia non perdona le piccole lotte di potere».

Dopo sedici anni, che significato ha per te la parola “giustizia” in relazione al terremoto?
«La giustizia è una parola complessa. Ognuno ha la propria idea: per un imputato, giustizia significa assoluzione; per una vittima, significa condanna e risarcimento.

Io non credo di aver avuto giustizia. Sono stato parte civile solo nel processo alla Commissione Grandi Rischi, ma in Corte d’Appello fui addirittura escluso, come se non c’entrassi nulla con quella vicenda.

La verità e la giustizia, spesso, sono in contrasto tra loro. Non dico che non esistano, ma è difficile trovarle davvero».

(da laqulablog,it)

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