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Il terremoto del 2 Febbraio 1703 

Pubblicato da Redazione
domenica, 02 Febbraio 2025 - 16:19
in Ambiente, Attualità, Varie
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L’AQUILA – di Claudio Panone – Il terremoto del 2 febbraio 1703, conosciuto anche come il “Grande terremoto” o “terremoto della Candelora”, è stato un insieme di eventi sismici verificatisi nell’Alta Valle dell’Aterno e nell’intera parte settentrionale dell’Abruzzo Ulteriore.

La sequenza sismica di questo terremoto era iniziata sul finire del ‘600 in quanto sono di questo periodo alcune scosse che interessarono il territorio reatino ed aquilano. Un primo evento significativo si verificò, però, il 18 ottobre 1702 in un’area al confine tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa, nei pressi di Norcia. Il terremoto fu avvertito a Roma ed in tutto il Centro Italia.

Un successivo evento si ebbe il 14 novembre 1702 con epicentro nel territorio di Spello ma il primo forte terremoto avvenne il 14 gennaio 1703 e, in base alle conoscenze geologiche, fu probabilmente generato dalla faglia di Norcia.

Così scriveva Giovannantonio Petroni: “Circa le due ore della notte, giorno di domenica li 14 gennaio 1703 fù così terribile terremoto, che si credè essere già la vigilia del giorno del giudizio universale, perché con lo strepitio e sgomento dello scotimento della terra ci fù accompagnato un vento grandissimo ed una pioggia tanto grande, che convenne a molti perire sotto le macerie e ruine del terremoto per non restare annegati nell’acqua. Fu così terribile terremoto che alle prime scosse di ore tre che furono in un medesimo tempo, che restarono morti nel distretto di Leonessa ottocento persone, numero grande di animali, il castello di Terzone, S. Angelo, Pianezza, Colle Secco e Vallimpuni spianati affatto; e l’altre ville parte diroccate e parte con le case mezze rotte. Solo questa villa di Casanova e Vallunga con il piano di Leonessa restarono in piedi. Leonessa restò dannificata dentro di essa con la ruina di S. Pietro che cadé la chiesa, la tribuna di S. Francesco, il palazzo priorale, quello della cura di S. Spirito, e molte case caderono, li morti dentro di essa furono quarantadue. A quella sera seguì il moto continuo della terra per quarantotto ore di moto che fù forzata ogni persona uscir fuori in campagna con lasciare la casa e le sue robe in abbandono per salvare la propria vita. E fra le dette quarantotto ore vi furono quasi ad ogni ora scosse di terra che pare volesse aprirsi. Passate le quarantotto ore, ogni giorno si fecero sentire altre scosse con così grave timore che ognuno aveva la morte davanti gli occhi e seguitarono notte e giorno dedicato alla B. Vergine Maria. Già si credeva che Dio avesse per sua misericordia placato il suo sdegno, quando circa le 18 ore del detto 2 febbraio si fè sentire si terribile e così lungo terremoto con scosse in un medesimo tempo che quelle ville e case che non erano cadute nelli antecedenti terremoti, caddero e in quei interno restarono distrutte, Viesci, San Clemente e Piedelpoggio. Si senti poi che la città di Aquila restò subissata e vi morirono circa quattromila persone e come si dice, si è fatto il conto che nei luoghi offesi dal terremoto in tutto siano morti circa 22000 persone. A quello del 2 febbraio oltre agli altri seguiti ogni dì mediocri e gagliardi ne seguì un altro parimenti terribile nel giorno di Pasqua e poi sempre seguirono ma non con tanta veemenza e terrore ne così spesso e ancora si vanno sentendo benché sia li 28 settembre dell’anno 1704 che si scrive questa data memorabile. Questa villa di Casanova che rimase tutta in piedi senza perire nessuna persona fecero voto assieme al curato, e solenne giuramento di celebrare la festività del SS.mo nome di Gesù il 14 gennaio di ogni anno con quella pietà e magnificenza che lo permetterà la devozione di confessarsi e comunicarsi in ringraziamento di tanto benefizio ricevuto, per restare tutti vivi e salvi e non aver ricevuto offesa né alla vita e né nella roba”.
Secondo alcune fonti, il 16 gennaio, a soli due giorni dall’evento precedente, si ebbe una forte scossa di magnitudo Mw 6.2 con epicentro nell’Appennino laziale-abruzzese (Amatrice-Montereale) causata dalla faglia di Montereale attivatasi in seguito alla scossa principale, ma l’analisi geo-sismologica di questo evento è dibattuta poiché secondo altre fonti il sisma non sarebbe mai avvenuto.
Mario Baratta nella sua opera “I terremoti italiani” scriveva: “La maggiore replica avvenne a 21 ore circa del 16 gennaio: con questo scuotimento l’epicentro mostra uno spostamento verso l’Aquila: dai mss. Antinoriani, pubblicati dal Parrozzani, si rileva che quivi fu gagliardo che non il primo: restarono lesionate molte case e chiese, e quelle di S. Pietro di Coppito e di S. Maria di Rojo furono rovinate interamente. I danni maggiori causati dai due predetti terremoti fino al 16 gennaio, scrive l’anonimo autore della Relazione dei danni e delle innondazioni ecc., accaddero in Montereale che fu quasi gettata a terra con 80 vittime; in Cittareale, che rimase spianata, solo 50 persone riuscirono a scampare dal flagello, identica sorte toccò a Borbona e ad Accumoli; Amatrice fu quasi del tutto spianata, Posta e Leonessa ebbero gravi danni. A giudicare dalle notizie raccolte questa scossa à avuto un centro molto più superficiale. Per Norcia e Cascia nulla dice il De Carolis. Ad Ascoli fu giudicata non inferiore alla prima per la durata ed a questa quasi quasi uguale per l’intensità; a Roma fu solo avvertita lievemente e nel Diario Napoletano dal 1700 al 1709, pubblicato nell’Archivio Stor. Ital. (vol. X), mentre si trovano annotate le scosse del 14 gennaio e del 2 febbraio, si tace di questa, lo che indica che a Napoli o fu ben lieve oppure nemmeno avvertita dalle persone …”.

Il 2 febbraio si attivò la faglia del Monte Marine (territorio di Pizzoli), e probabilmente anche le faglie di Pettino e di Paganica (la stessa che ha generato il terremoto del 6 aprile 2009). Il movimento contemporaneo di più faglie giustificherebbe la produzione di una magnitudo maggiore del terremoto del 1703 rispetto a quella del terremoto del 2009.

Dopo le prime scosse, nonostante il quadro dei danni e l’intensificarsi delle repliche, nella città di Aquila pare che non siano state adottate particolari precauzioni a differenza di quanto era accaduto durante la sequenza sismica del 1461 quando, sia prima sia dopo la scossa del 26 novembre, il vescovo Amico Agnifili e le autorità civili cittadine avevano provveduto ad allestire ripari di emergenza in baraccamenti situati nelle piazze principali della città e nelle aree libere dentro le mura; ciò aveva permesso di limitare il numero delle vittime.

Il terremoto si scatenò (circa cinque minuti dopo mezzogiorno) quando i fedeli erano radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche della festa della Presentazione al Tempio di Gesù (Candelora): “… rovinò buona parte della città, e fu veduto in più’ luoghi aprirsi la terra […] la terra continuamente esalava puzzolenti vapori, l’acqua nei pozzi cresceva e gorgogliava, gli acquedotti della città rimasero infranti, e per 22 ore la terra si sentì muovere…”.
Così continuava Baratta: “In questo parossismo il centro si mostra sicuramente – come dice il Baglivi – nell’Aquila”.

Antinori scriveva che “alle ore 18 (corrispondenti al mezzogiorno, secondo quanto riportato da E. Casti in “L’Aquila degli Abruzzi, dalla morte di Filippo IV al tremuoto del 1703”), il tremoto replicò più impetuoso ed a segno, che nello spazio di un miserere, la città dell’Aquila intera fu poco meno che rovinata. La scossa fu così veemente che gli edifici alcuni in tutto ed altri in parte non potettero reggere e non ve ne fu alcuno che non restasse lesionato. Anche le fabbriche più forti cedettero come le abitazioni in superiori del regio Castello e gran porzione del Palazzo pubblico. Della chiesa di S. Bernardino non restarono che il frontespizio, il coro, alcuni muri esteriori e il deposito del santo benché lesionato. Furono le scosse nel principio di successione da sotto in su, ma infine di inclinazione…”.
Nella relazione ufficiale dell’Auditore Alfonso Uria de Lianos si dice che Aquila “fu distrutta senza che vi sia restato edificio alcuno, con mortalità grande …”.

In quel periodo la diocesi dell’Aquila era priva di un vescovo poiché dopo la morte del titolare la carica vescovile era stata affidata al vicario. Venne meno una guida, come fu quella di Amico Agnifili nel terremoto del 1461, che evitasse l’affluenza di una grande quantità di fedeli nelle chiese; nella sola chiesa di San Domenico, secondo fonti storiche, erano presenti circa ottocento persone che furono seppellite dal crollo del tetto che causò la morte di circa seicento morti.

Crolli gravissimi si ebbero anche nella cattedrale di San Massimo, oltre che nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant’Agostino. Tutti i palazzi della città risultarono rasi al suolo o pesantemente danneggiati. In totale L’ Aquila contò circa duemilacinquecento morti (circa un terzo della popolazione), ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre seimila decessi.
I centri più colpiti dall’evento risultarono Arischia, Barete, Pizzoli e Scoppito nell’Alta Valle dell’Aterno, e Cittareale, Leonessa. Montereale e le sue trentasei “ville”, già pesantemente lesionate dal terremoto precedente, risultarono totalmente crollate. Gravissimi danni si verificarono anche a Paganica e a San Pelino di Cagnano Amiterno.

La quasi totalità del patrimonio artistico e architettonico della città dell’ Aquila, di stile romanico e rinascimentale, venne devastato. Rimase non troppo danneggiata solo la cinta muraria. Alla basilica di Santa Maria di Collemaggio si registrò il crollo del transetto e gravissimi danni all’intera area presbiteriale. Della Cattedrale rimase in piedi solo una parete laterale mentre della chiesa di San Pietro a Coppito crollarono la facciata, la torre campanaria e le cappelle della Concezione e di Santa Margherita.
Gravissimi danni subì la Torre Civica, l’adiacente Palazzo del Capitano e la sede dei Gesuiti al Palazzo Camponeschi. Notevoli danni, si registrarono anche nelle dimore nobiliari di Palazzo Branconio e Palazzo Carli-Benedetti.

Anche la “Fontana delle 99 cannelle” fu colpita pesantemente come pure le chiese di Santa Maria Paganica, di San Silvestro di Sant’Agostino, di San Biagio d’Amiterno, di San Francesco a Palazzo, di San Marciano e di San Filippo.

Il terremoto causò anche la morte del camerlengo cittadino Alessandro Cresi, eletto appena un mese prima, che rimase sepolto nel crollo del palazzo di famiglia. La guida della città venne affidata temporaneamente ad Alessandro Quinzi, dell’omonima famiglia.

“Le scosse si ripeterono frequenti fino al giorno 25, specialmente ad Aquila, ove se ne contavano 160. Nel 25 si sentì verso sera una scossa forte anche a Roma; poi, dopo tre ore, un’altra fortissima di 15 secondi e dopo un’ora una terza; alle 5 di notte altra fortissima, alle 6 due leggiere, alle 9 due altre, seguite da un’agitazione continua del suolo fino a levar del sole. In marzo continuarono frequenti le scosse, ancora disastrose specialmente ad Aquila e nei paesi vicini. Replicarono anche tutto l’anno e poi nel 1704; alla metà di febbraio del 1705 la terra tremava ancora in molti luoghi scossi nel 1703. Le scosse del 1703 parvero in generale dirette da nord a sud. Da alcuni si notò che ritornavano periodicamente alle 9 italiane. Si ritenevano come segni precursori di forti scosse: il cielo sereno e l’aria carica di vapore caldo, le nubi oblunghe, rossastre e leggiere, la luna d’un rosso pallido e circondata da un anello di color plombeo, ecc. Si indicavano come anche come tali le acque intorbidate dei pozzi, le grida e l’inquietudine degli animali domestici. Si osservarono anche fenomeni atmosferici molto strani. Nel gennaio dopo il terremoto si udirono tuoni come d’estate. Il 15 aprile a Roma scoppiò un turbine così impetuoso che gettò a terra molti camini, e scopri molti tetti. I racconti nel 1703 furono straordinariamente abbondanti. Durante le maggiori scosse del 1703 il mare si ritirò dalla spiaggia alla foce del Tevere. La terra si aprì in molti luoghi e mandò un forte odore solforoso. Presso Monte Reale la terra si aprì e lanciò fiamme e poi torrenti di acqua fetida che formarono un laghetto temporaneo. Il Monte Corvo ebbe la sua cima divisa in due. Molte voragini si aprirono su quel di Norcia. Nella notte del giorno 14 gennaio l’acqua di parecchi pozzi si alzò, ribollì, si intorbidò, e ritornò allo stato ordinario solo dopo le scosse del febbraio. Al momento del terremoto nel quartiere dei Giudei a Roma si sentì un rumore sotterraneo straordinario e una fontana disseccò, uscendone invece di acqua una corrente d’aria infetta durante 24 ore, dopo le quali l’acqua riapparve goccia a goccia. Similmente accadde in parecchie altre sorgenti, e l’acqua mancò quasi interamente nell’Abruzzo Citeriore. Durante le scosse del febbraio si sentirono tra l’Abruzzo e Roma rumori simili a colpi di pistola; la terra si aprì in parecchi luoghi, e presso il piccolo torrente di Pizzoli si formò una voragine, dalla quale uscì con violenza una colonna d’ acqua solforosa fino all’altezza di un alto pioppo: il getto durò fino al 20 febbraio”.

Il Marchese della Rocca Marco Garofalo avviava una serie di iniziative per ristabilire un minimo di ordine pubblico ed evitare l’esodo della popolazione soprattutto verso i territori sotto la giurisdizione dello Stato Pontificio e riducendo la pressione fiscale a seconda della gravità dei danni riportati dagli abitanti e per singole zone (per dieci anni a L’Aquila, per otto a Pizzoli, per sei ad Arischia, …) e, nell’aprile del 1703, relativamente agli aquilani, scriveva: “… Con molta costanza hanno resistito in questo inverno a’ patimenti abitando dentro le mal composte baracche, et hora non solo di buon animo le migliorano ma molti avendo allontanato le rovinate mura dal suolo dove per prima erano le loro abitazioni, in questo suolo istesso, benché cinto dalle rovine di altri prossimi edifici, vi hanno formato le abitazioni di legno…”.
Il terremoto fu avvertito in quasi tutta Italia; a Roma scatenò il panico tra la popolazione e fece crollare due arcate del secondo recinto del Colosseo e si registrarono danni al Palazzo del Quirinale e alle basiliche di San Lorenzo e San Pietro in Vaticano.

Per la tragedia che colpì profondamente la comunità aquilana furono modificati gli storici colori della città, il bianco e il rosso, che furono sostituiti con il nero, a ricordo del lutto, e con il verde, in segno di speranza. Anche le principali festività subiscono tutt’ora il ricordo del terremoto, tanto che il Carnevale aquilano non arriva mai prima del 2 febbraio, giorno della Candelora.

Foto da web
Dal libro “EPPUR SI MUOVE” di Claudio Panone

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