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Silenzi e piccole fortezze, il Nobel Han Kang e la sua traduttrice aquilana Lia Iovenitti

Pubblicato da Redazione
sabato, 12 Ottobre 2024 - 11:48
in Attualità, Cultura, Evidenza
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L’AQUILA – di Alessio Ludovici – “Dire che è un grandissimo onore sarà forse banale, ma è davvero così che mi sento”. Lia Iovenitti, aquilana, è la traduttrice del Premio Nobel per la letteratura 2024, Han Kang,

Laureata in Lingue e culture orientali, e a Seoul da una vita, Lia ci racconta come si sente a contribuire a far conoscere in Italia una scrittrice così influente. Per noi è anche l’occasione per riflettere sulle connessioni tra mondi, apparentemente così distanti, che lei aiuta ad avvicinare: “Sapere che i trent’anni vissuti in Corea e tutte le mie esperienze personali, professionali, sociali, sono confluite in modo utile in una cosa tanto importante, è stato come “chiudere il cerchio”.

Nata a Gwangju nel 1970, la scrittrice sudcoreana Han Kang è diventata una delle voci più rappresentative della letteratura coreana contemporanea. Lia Iovenitti ha tradotto due delle sue opere e la terza è in uscita il prossimo cinque novembre.

I suoi romanzi esplorano traumi, alienazioni, e il delicato equilibrio tra violenza e bellezza. Una scrittura lirica e meditativa, con una forte attenzione ai dettagli, che consente al lettore di immergersi completamente nell’universo emotivo dei suoi personaggi.

Il suo ultimo romanzo, Non dico addio, tradotto proprio da Lia Iovenitti, è un altro esempio del suo stile delicato e riflessivo. La storia segue Gyeong-ha, che si ritrova a dover compiere un difficile viaggio sull’isola di Jeju, rispondendo alla richiesta della sua amica Inseon, ricoverata in ospedale. Un romanzo esplora la fragilità umana, l’amicizia e le ferite profonde, sia personali che storiche, legate all’isola di Jeju, luogo di un altro evento storico tragico.

Chiediamo a Lia quali connessioni ha percepito, come traduttrice, tra quelle storie e l’identità di chi vive in realtà locali spesso isolate, come le nostre province delle aree interne. “I personaggi di Han Kang sono stati paragonati a “piccole fortezze”, spesso isolate in una metropoli o auto-isolate. È vero, c’è la fragilità – come ben sottolineato nelle motivazioni del Nobel – ma c’è anche e soprattutto la resistenza. La domanda al centro di tutto, è: cosa significa essere “umani”? 

Potente, nella scrittrice sudcoreana, è anche il tema della memoria. In Atti umani, affronta il trauma storico del massacro di Gwangju, e in Non dico addio i tragici eventi di Jeju, quando trentamila civili vennero trucidati con l’accusa di essere comunisti. Un rapporto con il passato diverso dal nostro. Una memoria più attenta ai silenzi e alle cicatrice non dette: “Una delle difficoltà che ho riscontrato, è stato proprio tradurre la parola “silenzio”: in coreano ci sono termini diversi per dire il silenzio delle persone e il silenzio dei luoghi e delle cose, oltre a tutta una serie di ideofoni (onomatopee) che rendono le sensazioni suscitate dal silenzio. Ma in italiano è quasi sempre la stessa parola: silenzio. L’altra difficoltà è stata rendere in italiano la sensazione quasi di malessere fisico che il testo originale di Non dico addio procura ai lettori coreani, e anche a me! È la storia di un’amicizia ventennale tra due donne che si intreccia con una ferita storica profonda, violentissima, e fino a non molto tempo fa completamente rimossa. Ricordo che quando l’editore mi chiese cosa ne pensassi a una prima lettura, gli risposi – lasciandolo credo perplesso – che le ultime pagine mi avevano fatto ‘fisicamente male’ ”.

Tradurre, del resto, significa immergersi nella cultura e nella mentalità altrui, e poi riportare il tutto in italiano senza smarrire tono e significato originali. Non è sempre facile mantenere l’autenticità dell’opera senza tradirne l’essenza: “Traducendo, si sta nel punto esatto dove le due culture si incontrano: da una parte, il coreano deve trovare la sua voce e “accoglienza” nell’italiano, e dall’altra l’italiano deve “aprirsi” e anche lasciarsi modificare dal coreano. Non per niente si parla della traduzione come del sistema circolatorio delle letterature del mondo. Per me, fedeltà al testo significa non tanto essere fedele alle singole parole (pure importantissime), quanto alla voce dell’autrice o autore, al registro della scrittura e al ritmo della lettura. La domanda che mi faccio più spesso è: “sarebbe davvero questa, la sua voce in italiano?”.  Per restare più fedele ancora, spesso lascio dei termini specifici coreani in originale traslitterato, senza note e senza “appiattimenti culturali”. Il lettore potrà intuirne il significato o, eventualmente, ricercarlo: è un piccolo esercizio anti-globalizzazione!” 

Nella tua esperienza, chiediamo infine a Lia, ci sono aspetti della cultura italiana che hai dovuto temporaneamente “sospendere” per immergerti a fondo nei temi e nello stile narrativo di Han Kang? “In realtà – avendo vissuto in Corea per quasi trent’anni – ho il problema opposto: a volte vengo rimproverata di essere “troppo coreana”, e a volte ho addirittura paura di perdere pezzi della mia lingua madre, sfiorando l’afasia, come la protagonista dell’Ora di greco. L’esercizio che mi impongo è quindi di leggere e rileggere più possibile letteratura italiana di qualità.”

(Da L’Aquila Blog del 12.10.2024. Riprodotto con l’autorizzazione dell’autore e della redazione)
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