L’AQUILA – l libro “Eppur si muove” di Claudio Panone, continua a ricevere riconoscimenti tanto da risultare ancora una volta classificato al primo posto nella sezione “Saggistica” del Premio Letterario Nazionale “Parole e vita” 2024 – 1^ Edizione CIF – Consultorio di Avezzano.
La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 7 settembre alle ore 16:00 all’interno della sala del Seminario Vescovile di Avezzano.
Le motivazioni dalle quali scaturisce il lavoro premiato in diversi concorsi letterari, organizzati in varie città, muovono dall’interesse nei confronti del tema della prevenzione sismica che l’autore ha maturato in ambito professionale (da tecnico ingegnere presso la Soprintendenza ai B.A.A.A.S. prima, e da docente poi) e che ha continuato a manifestare anche da cittadino toccato direttamente da questo tipo di eventi.
Così scrive Claudio Panone: “Eppur si muove”: il senso intrinseco del titolo è nella correlazione indissolubile tra i fenomeni naturali e l’essere la Terra un pianeta attivo, presupposto necessario affinché sorgano le condizioni minime per ospitare la Vita.
Nella fattispecie, i terremoti sono una prova tangibile del fatto che la Terra muta il suo aspetto nel tempo e, quindi, l’attività sismica non deve essere intesa come un’anomalia, una “malattia” di un organismo “sano”, piuttosto come una componente imprescindibile per la continua evoluzione di un pianeta “maturo”. Eppure, da sempre, gli eventi sismici per l’Uomo rappresentano un fenomeno misterioso, da temere con sentimenti di ineluttabilità: nulla si può nei loro confronti, se non accettarli con la rassegnazione con cui gli antichi accoglievano le punizioni inflitte da una qualche divinità pagana.
È dall’assenza della consapevolezza dell’ignoto che scaturisce il senso di impotenza dell’Uomo al cospetto degli eventi naturali, che non si possono prevedere.
Il terremoto non si può prevedere!
Al contempo, però, è verosimile poterselo aspettare in determinate zone e con una certa ricorsività.
L’autore, citando Georges-Louis Leclerc de Buffon, sottotitola infatti “là ou il a tremblè, il tremblerà” (“dove ha tremato tremerà”), e prosegue “niuno però presagì prima dell’avvenimento quello, che dopo l’avvenimento di poter naturalmente presagire dicevano quasi tutti”.
Dunque, è il tema della prevenzione quello che l’autore vuole sottintendere sin dal titolo, anzi, più precisamente, quello della mancata prevenzione che, in molti settori, è ormai consuetudine sebbene l’Italia sia simultaneamente uno dei Paesi del Mediterraneo con la più elevata attività sismica e uno dei maggiori detentori di un patrimonio artistico, architettonico, storico preziosissimo e al contempo fragile.
Per di più, è anche prassi che, a valle di un evento, ci si racconti che “però già si sapeva!”.
Andando, quindi, inevitabilmente al dunque, ossia al 2009, se “si sapeva”, perché nulla è stato fatto in termini di prevenzione?
La prevenzione sismica è l’attività volta ad evitare, o a ridurre al minimo, la possibilità che si verifichino danni conseguenti ad eventi sismici.
In prima battuta, tale finalità è perseguibile attraverso l’individuazione e lo studio delle zone di territorio soggette a rischio sismico.
La pericolosità sismica del nostro Paese è nota da decenni, eppure spesso sottovalutata.
Basti pensare al fatto che il P.R.G. di L’Aquila (risalente al lontano 1975) individuò, per l’espansione della città, la zona di Pettino, interessata da una faglia importante e da una particolare situazione geologica.
Poi, occorre operare attraverso la predisposizione di norme, programmi e piani per l’esecuzione di interventi su edifici e infrastrutture, nonché attraverso azioni finalizzate alla formazione di operatori e all’informazione/formazione della popolazione.
Con specifico riferimento alle strutture, lo sviluppo dell’ingegneria sismica, ormai, consente di progettare edifici che, in caso di terremoto, minimizzano i danni ed evitano i crolli, ma anche di intervenire su edifici particolarmente vulnerabili al fine di rendere meno probabile il crollo dell’edificio e più facile la riparazione dell’eventuale danno. Nella fattispecie degli edifici che ospitano servizi di interesse strategico – è il caso di ospedali, prefetture, centrali che producono energia, caserme dei Vigili del fuoco – non è sufficiente evitare il crollo, ma è necessario garantirne la piena efficienza, anche subito dopo il verificarsi di un sisma. Tristemente emblematica in questo senso è, invece, l’immagine (scelta per la copertina) del palazzo della Prefettura di L’Aquila, crollato su sé stesso la notte del 6 aprile 2009: ospitando la sala operativa, esso avrebbe dovuto godere di una “adeguata antisismicità”. Così scriveva l’autore nella relazione finale, riportata nel testo del libro, dell’esercitazione di Protezione civile “Amiternum”, cui egli prese parte nel lontano 1988 in qualità di responsabile del Settore protezione dei monumenti dal rischio sismico della Soprintendenza ai B.A.A.A.S. di L’Aquila. Nell’esercitazione si simulava un terremoto di settimo-ottavo grado della scala Mercalli con epicentro tra Pizzoli e Barete. Tra le osservazioni e le proposte conclusive (si ribadisce: datate 1988!), non prese in considerazione, si richiamava l’attenzione sulla “necessità di prevedere una più idonea eventuale dislocazione di tale basilare struttura, sia per quanto riguarda le caratteristiche strutturali, sia per una razionale funzionalità al suo interno”. Nell’ambito della stessa esercitazione, uno spazio era stato dedicato all’aspetto della “educazione sismica”, pure rispetto al quale poco o nulla evidentemente fu intrapreso.
Quella struttura, dopo ventuno anni, senza aver subito interventi idonei e necessari, è diventato il tragico simbolo della catastrofe di L’Aquila, in cui ci si è ritrovati a gestire un’emergenza con costi di gran lunga maggiori di quelli che si sarebbero sostenuti con un’adeguata opera di prevenzione già da tempo riconosciuta come necessaria.
Peraltro, appare improprio parlare di “emergenza”: per definizione, una situazione è tale se costituisce un evento totalmente inaspettato, le cui conseguenze sono difficili e urgenti da governare proprio perché non previste e non prevedibili.
È vero che il terremoto non si può prevedere, ma certamente si hanno (o meglio si dovrebbero ormai avere) le basi scientifiche per inquadrare una crisi sismica – nella fattispecie ci si riferisce a quella avvenuta a L’Aquila nei mesi precedenti il 6 aprile – nell’ambito della serie dei ritorni storici dei terremoti nella stessa area, e non come caso eccezionale, ignoto, o, peggio, di cui “non preoccuparsi”.
In generale, la transizione dalla “cultura dell’emergenza” a quella della prevenzione costituisce un passaggio che in Italia stenta ad avvenire: sebbene la storia ci abbia insegnato in più occasioni che “prevenire è meglio che curare”, l’approccio obsoleto del “rattoppo” a danno avvenuto impedisce, di fatto, al principio di prevenzione di concretizzarsi.
Affinché questo possa avvenire, è necessario che si agisca trasversalmente, integrando gli ambiti di intervento tecnico-scientifico, economico, politico, socio-culturale.
In particolare, se l’approccio radicato di gestione delle emergenze alimenta il meccanismo di mercato basato sul profitto immediato – quello ad esempio generato dalla produzione di container e casette una volta registrato il danno – una nuova visione, più ampia ed efficace, e a beneficio a lungo termine anche della collettività, richiede il supporto di una adeguata pianificazione politica che, in primo luogo, riguardi gli stanziamenti da dedicare agli interventi di messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio.
Inoltre, non si può prescindere, anche e soprattutto, dalla costruzione dal basso di una vera e propria “cultura della sicurezza”, in grado di stimolare, in una società consapevole, azioni virtuose. Queste, ad ogni modo, non possono riguardare la sola percezione del rischio e i conseguenti comportamenti da assumere per la tutela individuale, ma devono mirare anche al rispetto delle regole. Ciò chiama in causa, in modo più profondo, il senso civico: basti pensare a norme e sanzioni, anche severe, che oggi risultano spesso vane a causa della continua ricerca di deroghe ormai insita nel modus operandi italiano.
In definitiva, la prevenzione, oltre a costituire un impegno necessario, può e deve rappresentare in Italia una sfida culturale, di rivoluzione profonda del modo di pensare e di agire.










