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Il 13 Dicembre 1294, nella Reggia Angioina di Napoli, Papa Celestino V, riuniti i Cardinali in Concistoro, RINUNCIA al soglio Pontificio

CELESTINO V: L’ETICA DELLA RINUNCIA

Pubblicato da Redazione
lunedì, 26 Agosto 2024 - 15:30
in Arte, Cultura, Eventi, Evidenza, Varie
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L’AQUILA – di Floro Panti – L’insegnamento e l’opera di Papa Celestino V coincisero con un momento particolarmente delicato. Nei Comuni Italiani c’era lotta fra guelfi e ghibellini mentre nel meridione, gli Aragonesi e gli Angioini dopo i Vespri Siciliani, ancora non trovavano pace. Anche nella chiesa le cose non andavano certamente meglio. I privilegi cui godevano cardinali, vescovi e abati, la loro vita fatta di lusso , di mondanità e di agiatezza, avevano contribuito a far sorgere movimenti spiritualistici e mendicanti che richiamavano la Curia Romana alla rigorosa osservanza del messaggio evangelico, che si traduceva soprattutto nell’esigenza di un più cosciente ritorno ai costumi dei padri e al rispetto della primitiva purezza.
In una delle tante biografie di Papi nel medioevo, relativamente all’eremita del Morrone è riportato questo passo:
“ … negli annali della chiesa, il pontificato di Celestino somiglia ad una pagina del calendario dei Santi o a una poesia con cui il medioevo prende commiato dalla storia”
Senza alcun dubbio, questa affermazione non può far altro che emozionare e commuovere chi ama veramente Celestino, ma tuttavia se si legge questo pontificato solo nella chiave prettamente poetica non si fa altro che alterare quello che fu il significato vero, profondo e drammatico del pontificato di Celestino V, assecondando, fra l’altro, quella tendenza, purtroppo largamente diffusa, anche ai giorni nostri che vede Celestino come un frate-eremita sprovveduto e non molto colto, che d’improvviso venne a trovarsi, con la nomina al soglio pontificio, di fronte a problemi più grandi di lui, tanto da costringerlo poi, alla rinuncia. A me non sembra onestamente, che Celestino fosse poi così fuori dal mondo.
Credo che, una volta per tutte, sia ora di fare giustizia di questo luogo comune, di questo stereotipo nel quale sono incorsi e incorrono tuttora storici e biografi illustri.
E’ vero, Pietro del Morrone veniva da una povera famiglia e non aveva niente alle spalle, ma quello che riuscì a fare costruendo conventi e badie, risollevando monasteri economicamente rovinati, potenziando la sua congregazione, nonché la bravura dimostrata nel rintracciare e mobilitare donatori, dimostrano una capacità di intervento e di organizzazione non comune.
Per non parlare poi di come riuscì a farsi ricevere e parlare con il Papa a Lione facendo si che venisse riconosciuta la congregazione da lui creata e dei contatti frequenti che aveva con i reali del casato dei D’Angiò.
Ma soprattutto pose in essere un formidabile problema, senza dubbio il più importante dei problemi che un cristiano, ma anche un non cristiano che venga a trovarsi in rapporto diretto con il potere, si trova a dover affrontare:
– Qual’è il limite oltre il quale il potere corrode la coscienza, la umilia e la mortifica?
– C’è santità possibile nel potere oppure gli inevitabili compromessi che fanno parte dei suoi meccanismi la rendono vana?
La grandezza del Morronese fu anche in questo; nell’aver dato corpo e dolore a un problema che non era soltanto il suo personale , ma che era ed è pure della chiesa e di tutti coloro che vogliono restare fedeli, se non a Dio, a se stessi.
Questi problemi forse insolubili, trovarono invece in Celestino una risposta eroica e drammatica che non fu la sola, ma che rimase, senza ombra di dubbio, la più bella, grazie a quella sua pacata e terribile denuncia della malignità del mondo, con quella sua apparente sconfitta nella “rinuncia” che si fece invece vittoria , con quella sua umiliazione che diventò grandezza.
Perché chi sa ribellarsi, come ha fatto Celestino alla logica del potere, quando questo diventa totalizzante tanto da diventare disumano, non ne esce sconfitto, ma vincitore alla luce di quella storia che lontana da condizionamenti e partigianerie sa ancora farsi, indipendentemente da tutto, maestra di vita.
Celestino si trovò certamente di fronte ad un interrogativo nello stesso tempo tragico e grandioso: -Come rimanere fedele al messaggio evangelico?
Perdendosi nel potere e nei suoi compromessi, con le malvagità e le sopraffazioni oppure perdendo il potere e quindi rinunciandovi?
Immaginiamo, solo per un momento, quale fu il lacerante travaglio che egli dovette vivere in quelle lunghe ore che precedettero quel fatidico 13 dicembre 1294. Nell’ansia della rinuncia che Celestino avvertiva nel suo animo, non c’era certamente solo il desiderio di sottrarsi ad un peso che egli considerava troppo grande per lui, o di sottrarsi a quel sovrano, dopo tutto mediocre, che era Carlo d’Angiò che stava cercando di farlo diventare un suo strumento, ma soprattutto la volontà di affermare il primato “dell’Ecclesia spiritualis” in alternativa“all’Ecclesia carnalis.”
Eremo di Sant’Onofrio: Cella di Pietro del Morrone

Lui, il Papa che amava più il cilicio che le pompose vesti papali, aveva però un dovere: quello di continuare a battersi per rendere possibile quell’avvento dell’Età dello Spirito Santo che Gioacchino da Fiore aveva predetto; per far questo però Celestino sapeva che, anziché fare una vita tra gli agi, gli arazzi, i velluti del palazzo Angioino, avrebbe dovuto tornare al suo eremo, alla sua grotta di Sant’Onofrio, fra i suoi confratelli che dopo aver rinunciato ai beni del mondo, andavano predicando la sua regola che era fatta di povertà e di rifiuto di ogni autorità.

Poco gli importava che i suoi fratelli Celestini, per il D’Angiò e per la maggior parte dei cardinali facenti capo agli ambienti più retrivi della Curia Romana e ai potentati quali, ad esempio quelli delle famiglie Orsini, Colonna e Caetani, non fossero diventati altro che dei sovversivi, capaci solo di mettere in testa alle persone idee pericolose.
Questi erano la sua gente e lo loro fede era la sua fede.
Ecco allora la rinuncia, ecco la scelta ecco si il “rifiuto” ma quello di un potere che di spirituale ormai non aveva più nulla.
Aveva allora torto Celestino?
Credo proprio di no e non lo affermo perché appassionato studioso e cultore da oltre quaranta anni della sua vicenda.
E’ questo pertanto il contesto nel quale debbono essere valutati il breve papato di Celestino e la sua rinuncia.
Eletto dopo non pochi travagli al soglio di Pietro, egli si trovò ad affrontare un problema gigantesco e angoscioso: come esercitare la suprema autorità ecclesiastica senza sottostare agli inevitabili compromessi con la logica del potere.
Celestino si rese perfettamente conto che stava diventando uno strumento del potere Angioino.
Per sottrarsi a questo stato di cose e riaffermare con forza il carattere esclusivamente spirituale del ministero papale, non gli restava altra strada che la rinuncia.
Questa scelta non fu quindi un atto di viltà, quel “gran rifiuto” di cui parla Dante, ma che sia detto per inciso la critica più moderna e aggiornata, facendo finalmente giustizia, va ora definitivamente smentendo.
Belle e illuminanti sono state, in questo senso, alcune giornate di studio tenute dal nostro Centro Internazionale Celestiniano.
San Pietro Celestino V: dipinto nella chiesetta omonima a Paganica

No, la “rinuncia”, fu un atto stupendo e coraggioso di protesta e di denuncia.

Bellissime sono le parole scritte in tal senso nel “De vita solitaria” da Francesco Petrarca.
“Persone che lo videro mi raccontarono che fuggì con tanto giubilo, mostrando segni di letizia negli occhi e nella fronte quando si allontanò dal concistoro, libero di se, come se avesse liberato il collo, non da peso lieve, ma da crudeli mannaie, tanto che sfolgoreggiava in viso qualche cosa di angelico. A ragione. Perché gli era noto ciò che recuperava e né ignoto quel che lasciava”
Con la rinuncia e il voler ritornare al suo eremo Celestino marca pertanto in modo netto e perentorio la distinzione tra le due realtà, quella propriamente religiosa, il regno di Dio, e quella terrestre e umana. Se è così – e proprio così credo la si debba vedere – la “rinuncia” di Celestino appare ben altro che un atto di viltà ma assume dimensioni altissime, diviene un ineludibile punto di riferimento, riaffermando in un momento chiave della storia dell’uomo, il ruolo e gli obiettivi del Cristianesimo.
Così, abbandonando la tiara e tornando al cilicio, l’eremita del Morrone dimostrava di saper resistere alle tentazioni del potere, così, come Gesù aveva resistito alla tentazione di satana: “Se tu, inginocchiato mi adorerai, ti darò tutti i regni della terra”.
Celestino V, in soli cinque mesi, tanto fu la sua permanenza sul soglio di Pietro, misura quindi la distanza che ancora separa la fede nella promessa di giustizia, dalla realtà degli uomini, dalla disillusione di una chiesa che stava perdendo se stessa per farsi regno tra i regni.
Pietro del Morrone, asceta ed eremita, cercatore di Dio, decide di abbandonare la tira e di tornare alla sua vocazione contemplativa lontano dalle tentazioni del potere, convinto che nemmeno l’amore supremo del pontificato possa valere il rischio di perdere ciò che ogni uomo ha di più prezioso: la propria anima.
La Bolla della grande Perdonanza – indizione del 1° Giubileo della storia della Chiesa – quel 29 agosto 1294, giorno dell’incoronazione alla Basilica di Collemaggio dell’Aquila e la pronuncia dell’abdicazione del 13 dicembre dello stesso anno, a Napoli in una sala del Maschio Angioino, costituiscono l’alfa e l’omega di una delle pagine più drammatiche non solo della storia religiosa, ma anche dell’intera storia dell’Occidente Europeo.
Alla voce di Celestino si contrapporrà poi quella potente e smisurata del suo successore, Bonifacio VIII, che segnerà il punto massimo di espansione di un temerario sogno teocratico volto a brandire il pastorale contro la spada dei re, per affermare una supremazia dello spirituale tutta giocata sulla forza, fondata su una grandezza tutta terrena.
Pietro del Morrone (Celestino V) e il Cardinale Caetani (Bonifacio VIII), rappresentano dunque emblematicamente due polarità entro le quali si gioca la moralità degli uomini che dipanano il proprio destino sospesi tra le ragioni del contingente e l’eterno.
Ecco allora che questo breve, ma intenso di significati, pontificato non è stato soltanto come citato all’inizio: “una poesia con la quale il medioevo si congeda dalla storia” ma fu un qualcosa di più e a distanza di oltre sette secoli, è ancora un messaggio di una attualità sconcertante.
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