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Papa Celestino V: la sede Papale si trasferisce da L’Aquila a Napoli

Seconda Puntata.

Pubblicato da Redazione
giovedì, 14 Ottobre 2021 - 07:00
in Attualità, Cultura, Eventi, Evidenza, Varie
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Isernia: la Fontana Fraterna

L’AQUILA – di Floro Panti – La sosta a Isernia

Non ci sono documenti che consentono di definire dove il Papa abbia fatto la sosta nei giorni 14-15-16 di ottobre, prima di quella, che vedremo in seguito, è documentata il diciassette a S. Germano.

Alcuni studiosi vorrebbero Celestino V  a Isernia nei giorni quattordici e quindici, dove avrebbe incontrato alcuni suoi familiari, l’unico fratello rimasto, Nicola e i nipoti Guglielmo e Pietro, figli dell’altro fratello Roberto, già defunto. Altri biografi, a giustificazione e conferma di questa sosta sostengono che il Papa, in questa circostanza, avrebbe concesso un vitalizio di dieci once d’oro al fratello, mentre ai nipoti avrebbe assegnato una provvigione di cinque once. L’Abate Marino nella sua Vita di Celestino del 1630 riporta in effetti questa circostanza della elargizione della rendita, affermando però che era stata portata alla sua conoscenza dal Padre Abate D’Ailly, il quale aveva letto nel Regio Archivio della Zecca di Napoli una pergamena di Carlo II d’Angiò, ma che la rendita stessa era stata donata dallo stesso Re: “…doppò la morte di questo nostro Santo à devotione di questo santo Pietro che fu Celestino Papa Quinto”.

Questa circostanza dell’eventuale visita a Isernia, è un altro motivo del dibattito campanilistico tuttora esistente a proposito del luogo di nascita di Celestino V. La fazione che propende per Isernia, intende infatti accreditare a questa sosta e altri elementi legati alla stessa, una sorta di omaggio riconoscente del Papa alla sua Città natale.

Il Frugoni, nella sua “Celestiniana” riporta a tal proposito come Ludovico Zanotti  nei  “ Regesti Celestini ”,  relativamente a questa rendita affermi che la stessa: “ …era stata fissata nel 1298 dal Re Angioino per Nicola D’Angelerio e Guglielmo e Pietro di Roberto D’Angelerio, fratello e nipoti di Celestino V”, il documento che ha  visionato però  gli  pare mutilo  tanto che riporta ancora:  “…che si  dovrebbe vedere l’originale  o il registro della Zecca di Napoli, perché a secondo della data di concessione della rendita si porrebbe la questione della loro patria e si verrebbe chiaramente in cognizione di che paese fosse S. Pietro Celestino”. Segue a completamento la seguente nota che fa definitivamente chiarezza sulla questione: “ Nell’anno 1659 fui a Napoli e andai all’archivio della Zecca e ritrovai il regesto delle suddette lettere di Carlo II e vidi che confrontavano come sopra”.

La sosta al Monastero di Montecassino
Il 17 ottobre, fu raggiunto S. Germano, dove ci sarà una sosta di tre giorni.  Il corteo è dunque ai piedi della celebre Abbazia Benedettina di Montecassino.  Celestino V, che con i suoi confratelli, ne seguiva la Regola e la considerava come la casa madre, aveva così finalmente l’occasione per poterla visitare per la prima volta.  Qui, come già all’Aquila, quando il Papa aveva approvato con i Poveri Eremiti Celestini la prima riforma dell’ordine Francescano, forse meditò di procedere in questo senso anche per quella Benedettina, probabilmente sotto l’azione di Giovanni Castrocieli, l’Arcivescovo di Benevento, da lui fatto, nelle nomine aquilane, vice cancelliere. Il prelato uomo molto ambizioso, era consapevole della docilità di Celestino e cercò di conquistarne la fiducia e al momento che ricevette l’importante incarico, svestì senza indugio l’abito Benedettino, indossando quello dell’ordine morronese.

Montecassino: l’Abbazia Benedettina

L’Abate del Monastero di Cassino che accolse il Papa era Guglielmo, eletto l’anno prima. Quando Celestino giunse al Monastero, non sappiamo come abbia trovato le cose o come l’ambizioso vice cancelliere Castrocieli lo avesse preventivamente e negativamente informato.  È certo che nelle grandi Abbazie Benedettine regnava uno spirito diverso da quello dei monasteri e dei romitori che facevano capo all’Ordine di Celestino. I Benedettini erano molto legati alla tradizione, lontani pertanto a essere aperti ai duri ideali spirituali-eremitici dei Morronesi. Che poi ci fosse anche dell’altro è molto probabile dato che anche lo Stefaneschi lo riconosce, scrivendo infatti nel suo Opus Metricum che: “ ..quei monaci non fossero di bella fama”. Celestino V, durante questa sosta, sollevò dall’incarico l’Abate Guglielmo, inviandolo presso l’Abbazia di S. Vittore a Marsiglia; decretò che il Monastero di Montecassino venisse annesso all’Ordine Celestino, nominando Abate Angelerio, un monaco della sua Congregazione proveniente da Santo Spirito della Maiella. Decretò inoltre che tutti i monaci togliessero l’abito nero e vestissero quello grigio e nero dei Celestini. I monaci Benedettini, seppur offesi, data la presenza del Papa, accettarono solo in parte la decisione; altri in aperto dissenso lasciarono l’Abbazia. Fra questi, Nicola da Frattura, figura di spicco del mondo culturale Benedettino dell’epoca. Proprio Nicola da Frattura, testimone e protagonista di questo momento, nel suo commento giuridico alla Regola di S. Benedetto databile alla fine del 1303, annota:

“… ma ai miei tempi ho assistito di fatto ad una tale discussione nel monastero cassinese al cospetto di Papa Celestino V, il quale volendo indurre personalmente e per mezzo dei Cardinali i monaci cassinesi a prendere il suo abito che era quello dell’Ordine Morronese, adduceva a suo favore e contro di noi specialmente il testo seguente: “Del colore e della qualità di tutti questi indumenti i monaci non facciano questione”, concludendo da ciò che, lasciato quest’abito nero che attualmente portiamo, potevamo liberamente far uso dell’abito grigio dei Morronesi, che egli stesso prima aveva utilizzato, ad accogliere il quale egli intese costringere e costrinse parecchi dei monaci cassinesi con minacce e intimidazioni, avendone puniti molti con il carcere;

 (nota: Riesce difficile pensare ad un Celestino V che fa minacce e intimidazioni e soprattutto punisce i monaci con il carcere. Nicola si contraddice più di una volta in questa descrizione prima dice che gli stessi potevano liberamente scegliere di far uso dell’abito grigio dei morronesi; poi afferma di aver ottenuto licenza dallo stesso Celestino di uscire insieme a molti altri compagni. Quel che si evince da questa testimonianza di Nicola è soprattutto un forte astio nei confronti di Celestino tanto da affermare -non nascondendo una certa soddisfazione – che sia stata opera e volontà di S. Benedetto le sue dimissioni)

 altri poi, che non poté indurre ad accettare detto suo abito,

(nota: “Questo è un altro, e probabilmente il vero motivo del contrasto; non il certamente e di per se irrilevante semplice cambio di colore e qualità dei panni vestiti dai monaci. In realtà nella risoluzione di Papa Celestino si profilava una svolta istituzionale ben più preoccupante per i Cassinesi. Il monastero era a capo di una vastissima rete di prepositure, celle e chiese che superavano ormai le 600 unità, un Ordo assolutamente non organizzato alla maniera di quello morronese, con un Abate a scadenza triennale, e un capitolo generale, come una congregazione dei nostri giorni. Nulla di tutto questo era nel sistema cassinese. Il nuovo Abate Angelerio come avrebbe governato il monastero, il territorio diocesano, la vasta trama di dipendenze sparse nell’Italia Centro-Meridionale? Egli era stato insediato direttamente da Papa Celestino ma la sua successione in futuro come sarebbe avvenuta, secondo quali meccanismi? E Montecassino avrebbe forse sostituito S. Spirito di Sulmona come casa principale dell’Ordo morronese?

 volle e comandò che fossero espulsi da Montecassino per mezzo di fra Angelario, monaco Morronese, da lui imposto come abate, e personalmente confesso di essere stato uno di quelli che, né scosso da eccessivo timore né attratto da lusinghe, chiesta finalmente e ottenuta licenza dallo stesso Celestino, uscito da Montecassino con molti altri miei compagni, da solo mi recai a Bologna e lì frequentai per qualche tempo la scuola di diritto canonico. Tuttavia dopo tali cose non voglio tacere, fratelli, il fatto che con l’aiuto del nostro santissimo padre Benedetto, Papa Celestino V nell’anno del signore 1294, nel giorno di Santa Lucia del mese di Dicembre, sesta indizione, a Napoli in Castelnuovo, dove allora il sommo pontefice risiedeva, abbia liberamente rinunziato nelle mani dei suoi confratelli Cardinali al papato nonché al suo onere ed onore come appare esplicitamente circa la rinunzia nel capitolo “quoniam” nel Liber Sextus compiuto così tutto questo, a Napoli nello stesso Castelnuovo fu eletto sommo pontefice il Cardinale Benedetto Caetani da Anagni, il quale mutato nome si chiamò Bonifacio e grazie a lui tutti noi che eravamo fuori di Montecassino vi fummo richiamati, avendo conservato l’abito nero, al quale altri che erano rimasti li con l’abito grigio, ugualmente ritornarono, e da quel momento prendemmo a venerare unanimamente con maggiore devozione quello stesso abito di colore scuro.”

Un altro importante commentatore cassinese della Regola, e anch’egli testimone oculare dell’evento, Riccardo di S. Angelo, rimase a Montecassino con altri monaci, in ossequio alla volontà di Papa Celestino V. Celestino V adottò pertanto, in questa circostanza, una procedura molto dura e drastica, che oltre ad attrarre le ire dei monaci venne apertamente biasimata dai Cardinali al seguito, perché l’operazione era stata fatta senza averli minimamente consultati.  Già l’8 aprile 1295 con l’ascesa al trono di Bonifacio VIII, i monaci Benedettini ritorneranno nel Monastero e scompariranno nuovamente gli abiti dei Celestini, mentre il 18 aprile, Angelerio, l’Abate Celestino, venne destituito dalla carica.  In pratica, delle magagne Celestino ne aveva certamente trovate, ma purtroppo, forse anche perché male consigliato o addirittura ingannato, il rimedio che mise in atto fu troppo radicale. Questa decisione è rimasta come macchia indelebile nel suo operato e soprattutto incise negativamente nei rapporti che seguirono fra i monaci della sua Congregazione e i Benedettini-Cassinesi. Tuttora a distanza di oltre sette secoli dall’evento e benché i Celestini non esistano più da due secoli, questo affronto non è stato del tutto superato dai monaci Cassinesi.

Celestino V rimase a S. Germano fino al giorno 20 ottobre, per proseguire poi per Capua dove soggiornò fino al giorno ventidue. Il ventitré lo troviamo a Teano, dove rimase per due giorni, per poi essere ancora a Capua il ventisei e a Teano il ventotto.  Risulta poco comprensibile e giustificabile da alcuna circostanza questo andare e venire dalle due località. Nessuno scrittore, in particolare il Celidonio, l’unico che analizza più nel dettaglio questo viaggio, dà una spiegazione. Certamente la cosa è anomala, per non dire strana. Perché ritornare per due volte nello stesso posto, in una sorta di girotondo?  A Teano, nelle due soste, (quella del ventitré e del ventotto) è documentata l’emanazione di alcuni atti (nessuno a Capua) il più importante dei quali, anche questo molto controverso e contestato, porta la data del ventotto. Celestino nomina alla dignità Cardinalizia l’ambizioso Giovanni Castrocieli, suo vice cancelliere che prende il posto del Cardinale Francesco Ronci di Atri, da pochi giorni defunto. Questo atto compiuto unilateralmente, senza quindi il parere dei Cardinali, provocò le ire degli stessi che insisterono affinché tale provvedimento venisse emendato. Si giunse quindi a un compromesso; soltanto quando il Papa fosse arrivato a Napoli, la nomina sarebbe stata portata per l’approvazione a tutto il Collegio.  La cosa poi avvenne regolarmente con soddisfazione di tutti, e il Castrocieli prese il titolo di Cardinale Prete di S. Vitale.

 Papa Celestino V, i Cardinali  la curia e la corte dei D’Angiò proseguiranno poi il viaggio e raggiungeranno Napoli il 5 novembre 1294.

 

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