L’AQUILA – “Ero a Cagliari, dove stavo ultimando la tesi. Ricordo bene che accanto all’ingresso della segreteria c’era una scritta dipinta in bianco: ‘L’Aquila, Reggio, a Cagliari sarà peggio’. Poco dopo seppi che sarei andato a L’Aquila, dove mio padre era stato trasferito dalla sua banca. E i miei amici cagliaritani mi sfottevano dicendo: ‘Vai a stare in mezzo alle pecore’. Ma io ero contento. Ricordavo che al liceo di Fermo ero stato avvicinato al teatro dagli abbonamenti del TSA. L’Aquila per me era una delle capitali della cultura teatrale italiana”.
Inizia così il racconto dei moti dell’Aquila da parte dello storico Umberto Dante, 73 anni, nato a Roma ma aquilano di adozione, che nel 1971, a 23 anni, si stava laureando a Cagliari in Lettere moderne, non sapendo che poco dopo la sommossa popolare sarebbe arrivato con la famiglia proprio nel capoluogo di regione abruzzese. Il docente di Storia moderna e contempranea della Università dell’Aquila sottolinea che si spaventò nel venire in una città fresca di ribellione, con il consiglio regionale minacciato e con le sedi dei partiti devastati.
“A L’Aquila avevo trascorso ai tempi del liceo una giornata piacevole, con la mia famiglia, la città ci apparve bella, ordinata, antica – racconta il docente che è anche presidente dell’Istituto Abruzzese si Storia della Resistenza e dell’Italia Contemporanea -. La madre di Musati, un mio amico di Fermo, vi aveva vissuto e la ricordava come la città ideale: ospitale, gentile, generosa. Così fu anche per me. L’indimenticato Guido Polidoro, il redattore de’ ‘Il Messaggero’, mi fece scrivere una serie di articoli che dessero un quadro di insieme. Fu una bella esperienza. Intervistai Fabiani, Errico Centofanti, Carloni, ‘Pucci’ Ferri”.











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