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Nuova “Pescara”…e L’Aquila?

Pubblicato da Redazione
martedì, 07 Marzo 2023 - 10:07
in Varie
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L’AQUILA – di Claudio Panone – Sono attualità di questi giorni le iniziative istituzionali per la realizzazione del progetto “Grande Pescara” mediante la fusione volontaria dei comuni contigui di Montesilvano, Pescara e Spoltore in un unico grande comune.

Il capogruppo regionale di Forza Italia, Lorenzo Sospiri, ha così aperto una recente conferenza stampa, convocata a Pescara sul progetto “Nuova Pescara”: “Non viviamo nessuna competizione con la città de L’Aquila capoluogo, ma una competizione con l’Italia intera. Su un punto vogliamo essere chiari: da oggi il nostro lavoro politico sarà teso a candidare la città della Nuova Pescara al ruolo che gli spetta per vocazione e posizione geografica. La Nuova città abruzzese deve essere punto di riferimento del medio adriatico … e fare in modo che la Nuova Pescara guardi in un bacino di 5 milioni di abitanti comprendendo il territorio ricompreso dal sud delle marche al nord della Puglia“.

Sfida ambiziosa, dunque, che fa riflettere su ciò che sarà dell’Aquila. Certamente, le ragioni del progressivo svilimento del territorio aquilano non sono da affidare prioritariamente a eventi e fattori “esterni” alla città; d’altronde, il fatto che una città con una storia notevolmente più importante di quella dei centri abruzzesi su citati non è riuscita a “decollare”, emancipandosi dal modello “antico” della separazione tra la città “ricca e nobile” ed il contado abitato dai “campagnoli ignoranti e poveri e molto spesso sfruttati”, è esclusivamente per la mancata volontà (spesso banalizzata come incapacità) delle varie amministrazioni.

Già un secolo fa si parlò di “Grande Aquila” con il disegno fascista del podestà Adelchi Serena tentato attraverso la soppressione forzata dei comuni all’Aquila limitrofi che, sicuramente non su base “volontaria”, si sono ritrovati nel tempo a essere sempre più delle mere appendici sfruttate a fini politici da tutte le amministrazioni che si sono succedute, respingenti i loro tentativi di rivendicazione dei propri diritti.

E a nulla è valsa l’occasione della ricostruzione post-sisma che, paradossalmente, piuttosto che andare a concretizzarsi come opportunità per L’Aquila di diventare forza di attrazione dei centri del circondario da valorizzare e con cui fare un tutt’uno, è degenerata esclusivamente in un decentramento provvisorio delle funzioni e dei servizi.

Queste considerazioni sono state approfondite nel volume “La lotta per il ripristino delle autonomie comunali soppresse dal fascismo. Il caso di Paganica. Proposte per il futuro del territorio aquilano” di W. Cavalieri-C. Panone ed. Portofranco, 2017, di cui si riporta a seguire uno stralcio.

IL FALLIMENTO DELLA GRANDE AQUILA

A quasi cent’anni dalla sua costituzione, è lecito domandarsi se l’operazione della “Grande Aquila” realizzata a suo tempo da Adelchi Serena, contro la volontà dei principali comuni coinvolti, abbia ancora un senso e sia ancora sostenibile dal punto di vista amministrativo, politico ed economico.

A livello regionale, se è vero da una parte che il ruolo di capoluogo non pare più essere formalmente oggetto di contestazione, è anche vero che nella sostanza la fascia costiera esercita una leadership indiscussa in termini economici, demografici e politici.

Infatti, la storica “città della cultura”, “città universitaria”, “città dell’elettronica” è riuscita a svendere anche quelle poche cose che le rimanevano dopo i ben noti fatti del 1971, quando le furono assegnati solo tre assessorati regionali su dieci.

Agli effetti pratici, L’Aquila è capoluogo di regione solo sui libri di geografia delle scuole elementari, ma per esempio è l’unico capoluogo a non avere una sede RAI.

Con un’eccessiva dose di ottimismo, nel 1927 Serena si diceva sicuro del fatto che le città costiere fossero ai margini della regione di cui L’Aquila era invece il centro naturale, che l’aumento delle automobili avrebbe sopperito alla carenza di ferrovie e che essendo l’economia abruzzese prevalentemente montana, il capoluogo non poteva che essere montano. Oggi è facile intuire quanto questa sua valutazione fosse in realtà errata, dal momento che pur rimanendo L’Aquila la città capoluogo, gli interessi economici prevalenti si sono spostati da molti anni verso il mare. Il suo grande sogno di una città florida e moderna, nel quale profuse tutte le sue energie, molto probabilmente fu destinato al fallimento proprio per questi gravi errori di valutazione.

Nei primi anni Ottanta, essendo in corso iniziative legislative atte a rivedere la mappa delle province italiane, la Marsica e la Valle Peligna tornarono a mobilitarsi per ottenere la costituzione delle province di Avezzano e Sulmona. L’istituzione delle nuove province avrebbe ridotto la provincia dell’Aquila da una delle più grandi, alla più piccola provincia d’Italia, e una eventuale provincia Marsa avrebbe tolto territorio anche alla provincia di Rieti (Cicolano).

Oltre a ciò, le due province dell’Aquila e di Rieti si sentivano depauperate rispettivamente dall’area di sviluppo della fascia adriatica e dalla vicinanza con Roma, e constatavano che le regioni di appartenenza non erano riuscite in oltre un decennio ad attuare un riequilibrio del territorio.

Da questo comune svantaggioso stato di cose nacque l’idea di tenere periodiche riunioni congiunte degli esecutivi comunali dell’Aquila e di Rieti, presiedute rispettivamente dai sindaci Tullio De Rubeis e Augusto Giovannelli, allo scopo di perfezionare i collegamenti infrastrutturali e di integrare i bacini turistici, le attività culturali e sportive, e lo sviluppo industriale (poli elettronici, all’epoca floridi) dei due capoluoghi. La sottoscrizione di un patto federativo tra le due città (una sorta di “asse L’Aquila-Rieti”) fece parlare della nascita di un’area inter-metropolitana e rilanciò la proposta fatta nel 1983 dal vicepresidente DC del consiglio regionale abruzzese Luciano Fabiani di istituire nel centro-Italia una regione Abruzzo-Sabina (analoga a quella dell’Emilia-Romagna) con capoluogo L’Aquila, che inglobasse i territori di L’Aquila, Rieti, Avezzano e Sulmona. Mediante il nuovo accorpamento regionale, l’Abruzzo interno avrebbe peraltro recuperato i territori sottrattigli dal fascismo nel 1927 per la creazione della provincia di Rieti.

Come confermò lo stesso Fabiani, l’idea di tornare, di fatto, ai “due Abruzzi” non aveva alcun intento provocatorio ma nasceva dal considerare più naturale un collegamento dell’Aquila con la Sabina piuttosto che con l’Abruzzo costiero. Si sarebbe trattato di una regione delle zone interne, capace di riequilibrare lo sviluppo attualmente gravitante su Roma e su Pescara: una regione di montagna senza sbocchi al mare che si sottraeva al predominio delle coste. La proposta fu tuttavia avversata dagli ambienti politici ufficiali, che parlarono di una “fuga” ingiustificabile dall’Abruzzo, ma anche da molti Marsicani e Peligni, interessati solo a elevarsi a rango di provincia.

Il fallimento di quell’ipotesi fa correre il rischio che in breve tempo L’Aquila possa perdere, di fatto, il ruolo di capoluogo di una regione rispetto alla quale è divenuta sempre più estranea.

Non meno problematico appare il bilancio della “Grande Aquila” a livello locale, soprattutto perché l’operazione di fusione degli ex comuni al Comune dell’Aquila non rappresentò un processo di sviluppo territoriale. Al contrario, essa coinvolse unicamente la città capoluogo, mentre gli interessi delle frazioni furono tenuti in scarsissima considerazione. In sostanza, la tradizionale centralità del municipalismo aquilano a discapito delle popolazioni limitrofe, introdusse unicamente nuovi squilibri fra città e campagna.

Non si può non essere d’accordo con Enrico Cavalli quando scrive: “La unificazione delle otto autonomie finitime al capoluogo rendeva ancor più debole il contesto dell’Aquilano; si precludeva, con la soppressione di quelle libere ed indipendenti comunità, la possibilità di tenuta, in ordine alla crisi della economia agro-pastorale, di realtà e vocazioni rurali significative, del pari lo sviluppo di attività produttive che pure entro un ambito proto-industriale denotavano potenzialità espresse anche al di fuori del comprensorio; si arrestava il dimensionamento in senso urbano di taluni centri, donde uno stato di dipendenza che decretava la scomparsa di quelle connessioni sociali come culturali che, per lungo tempo, in modo sinergico, avevano caratterizzato il quadro dei rapporti tra Aquila e il contado circostante… Che tali orizzonti si siano prevalentemente palesati in termini squisitamente particolaristici, è responsabilità da ascrivere all’incapacità della classe dirigente di turno di pensare programmi suscettivi di trasformazioni concrete e di vasta portata… Ristrettezza di vedute, di disegni strategici schiettamente localistici, presenti anche dopo il 1945, allorquando, impegnate nell’aspra contesa per il capoluogo regionale le élites osteggiarono le istanze separatiste dei centri annessi. Ed è difficile non cogliere, in questa persistenza di scelte ed obiettivi di fondo, ad Aquila, una conclamata continuità tra periodo liberale, ventennio fascista ed età repubblicana“.

Dunque, oggi si può dire che, al di là della riacquisizione di un effimero prestigio campanilistico, l’operazione del ’27 introdusse soltanto elementi di conflittualità.

Il podestà fece affiggere, il 5 settembre 1927, il manifesto che annunciava agli aquilani la modifica del territorio comunale con l’annessione di Arischia, Bagno, Camarda, Lucoli, Paganica, Preturo, Roio, Sassa e la frazione San Vittorino del Comune di Pizzoli, per effetto del R.D. 29 luglio 1927 n. 1564.

Con questo decreto sparivano dalla scena amministrativa realtà umane e sociali che molto avevano combattuto per affermare la propria identità; il sacrificio di sette comuni (Lucoli sarà reintegrato nel 1947) si consumava per le ambizioni del regime che voleva creare “a futura e perenne memoria, la Grande città- capoluogo degli Abruzzi”.

I Comuni cercarono di opporsi all’aggregazione ma Adelchi Serena minacciò podestà e fasci dei Comuni interessati. Le proteste più dure si ebbero a Paganica, Lucoli e Arischia: il podestà di Paganica, Alessandro Vivio e lo storico Gioacchino Volpe cercarono di opporsi ma il direttorio del fascio di Paganica, tramite il suo segretario espresse un parere favorevole allo smantellamento del Comune. Con la creazione della “Grande Aquila” si voleva dare esecuzione all’ambiziosa vasta operazione di trasformazione urbanistica e di sviluppo turistico della città. Il complessivo impegno finanziario, sostenuto per questo piano di radicale trasformazione dell’impianto urbano della città e di crescita turistica, comportò una gravosa esposizione debitoria dell’Amministrazione podestarile. Intenso e sistematico fu, di conseguenza, il prelievo di risorse che si verificò nei centri aggregati: gli ex Comuni vennero sottoposti a pesanti tributi sui terreni, elevati di 4-5 volte rispetto ai carichi di tassazione applicati dalle precedenti amministrazioni autonome.

Questa intensa pressione dette luogo ad accesissime proteste in tutti i centri annessi, come la generale sollevazione avvenuta nel 1930. Ma i moti più veementi furono registrati proprio a Paganica, nel 1934, dove gli abitanti ingaggiarono scontri con la forza pubblica intervenuta a punire i riottosi alle imposizioni fiscali. Tentativi di ricostituzione degli ex Comuni di Lucoli e Paganica ci furono già in epoca fascista quando il Testo Unico della legge Comunale e Provinciale del 1934 permetteva a borgate o frazioni di comuni, con popolazione superiore ai 3000 abitanti, di costituirsi in comuni distinti. A Paganica si costituì un movimento autonomistico la cui opera di repressione fu coordinata dal podestà dell’Aquila Giallorenzo Centi Colella, uomo di fiducia e successore di Serena alla massima carica cittadina. Ci furono molti cittadini arrestati.

Dal punto di vista amministrativo i Comuni aggregati furono enormemente trascurati: non fu attuata la minima strategia di interventi che potessero favorire prospettive, se non di crescita, almeno di mantenimento ed iniziò subito una progressiva demolizione delle identità e delle dignità degli ex Comuni con soppressione di tutti gli Uffici del Dazio e di Conciliazione; a Paganica fu soppressa anche la Pretura.

Terminata la seconda guerra mondiale, con la sconfitta del fascismo, la scomparsa della monarchia e l’avvento del regime repubblicano, il sogno autonomistico riemerse un po’ in tutta Italia, tanto che durante il periodo dell’Assemblea costituente furono ratificati 247 decreti legislativi con i quali vennero ricostituiti ben 468 Comuni soppressi dal fascismo.

Il 17 luglio 1945 Felice Ciuffoletti scriveva all’Alto Commissariato per le sanzioni contro i gerarchi fascisti per denunciare Adelchi Serena quale responsabile, mediante l’annessione del comune di Lucoli, della sottrazione di “infinite risorse economiche” a quella comunità, nonché delle “angherie e dei soprusi” compiuti ai danni della popolazione. “Basti pensare – si legge nell’esposto – che la miseria più nera piombò addosso a questa disgraziata popolazione. Tutte le risorse di Lucoli venivano metodicamente sfruttate per ingrandire la città di Aquila e per impinguare i portafogli di Adelchi Serena. Non è stato speso un centesimo per i lavori igienici e per riadattamenti interni alle numerose frazioni. Unica opera pubblica è stata l’acquedotto: una vera beffa giocata ai danni della popolazione perché nei tre mesi estivi, quando si ha cioè maggior bisogno di acqua, le poche fontanine sono letteralmente secche. Mentre l’inumano Serena faceva costruire per sé sontuose ville ad Aquila ed a Roma, i bimbi di Lucoli erano e sono costretti a frequentare aule scolastiche senza aria e senza sole (…) Numerose sono state le voci di lucolani elevate contro l’oppressore, ma la potenza di Serena prima quale podestà di Aquila e poi quale segretario del PNF ha sempre prevalso.(…) Mentre chiedo a nome dei miei concittadini che autonomia e libertà vengano restituite al Comune di Lucoli, chiedo altresì che giustizia sia fatta”.

Le aspirazioni degli abitanti lucolani trovarono inaspettatamente un esito favorevole nel decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 31 luglio 1947 n. 962, col quale veniva ricostituito il Comune di Lucoli, cui venivano restituiti la circoscrizione, l’organico e le dotazioni patrimoniali e finanziarie preesistenti. Dunque, dopo vent’anni di assimilazione, Lucoli riuscì a riappropriarsi dell’autonomia comunale.

Anche Paganica ripartì con la richiesta di autonomia, presentata al Ministero dell’Interno il 29 ottobre 1945 da un Comitato per l’autonomia costituito da esponenti del “Comitato di Liberazione”, espressione di tutti i partiti politici antifascisti.

A metà novembre il Ministero avviava la procedura, chiedendo al Prefetto dell’Aquila G. Battista Pontiglione di fornire ogni tipo di notizie sul disciolto Comune di Paganica e di verificare se “l’invocato Provvedimento risponda a un’effettiva e sentita esigenza della popolazione interessata”.

Nel febbraio 1946 i membri del Comitato, le cui firme venivano autenticate dal notaio del distretto di Paganica Silvio Marchi, chiedevano al Ministero la restituzione dell’incartamento inviato in ottobre a Roma, allo scopo di velocizzare l’istruttoria della pratica da parte della Prefettura dell’Aquila.

Il 5 giugno 1946 il Prefetto Pontiglione informava il Ministero che la pratica relativa a Paganica era in corso e di aver ricevuto “nei modi di legge” nuove istanze in favore della ricostituzione da parte degli abitanti di Paganica e delle sue frazioni.

Giusto un mese dopo, il 5 luglio ’46, la Giunta comunale dell’Aquila presieduta dal sindaco Carlo Chiarizia esprimeva su richiesta del Prefetto il proprio parere sulla ricostituzione del Comune di Paganica. Nella delibera si prendeva atto che la Delegazione di Paganica contava oltre 6.000 abitanti, ma si sottolineava la contiguità territoriale e l’esistenza di comode comunicazioni stradali con il capoluogo. Perciò, anche alla luce delle difficoltà economiche che il ricostituito Comune avrebbe dovuto affrontare, si esprimeva parere contrario al distacco della frazione, con l’unica opposizione dell’assessore Carlo Rossi.

Il 15 maggio 1948 la Giunta Provinciale dell’Aquila presieduta dall’avv. Ermenegildo Tecca esprimeva parere favorevole alla richiesta dei paganichesi sottolineando che “Paganica, vecchio Comune della Provincia, venne aggregata al Comune dell’Aquila dal governo fascista con atto dispotico ed inconsulto, senza neanche chiedere il parere dei cittadini e senza tener conto degli interessi della comunità”.

In una dettagliata relazione allegata (redatta nel mese di gennaio), un Ispettore Provinciale faceva riferimento ai motivi dell’annessione del 1927: “E’ da escludere nel modo più assoluto che esistessero allora speciali motivi di ordine amministrativo e finanziario che giustificassero il provvedimento.” E aggiungeva: “Come risulta dalle cifre suesposte, le entrate delle frazioni che costituivano il comune di Paganica non coprono attualmente le spese che si sostengono per il funzionamento, nelle frazioni stesse, dei pubblici servizi. Può affermarsi perciò che l’eventuale ricostituzione del comune di Paganica migliorerebbe la situazione – ora assai critica – del bilancio del Comune dell’Aquila”.

Il 26 maggio 1948 il Prefetto dell’Aquila inoltrava al Ministero dell’Interno l’intera pratica relativa all’istanza di ricostituzione (completa di tutta la documentazione necessaria), accompagnandola col proprio parere favorevole.

Tuttavia il 9 giugno Umberto De Leoni (segretario particolare del Sottosegretario agli Interni) scriveva alla Direzione Generale per l’Amministrazione Civile, chiedendo di fornire comunicazioni in merito al distacco di Paganica dall’Aquila, poiché “un autorevole parlamentare prospetta l’opportunità di soprassedere al distacco”.

Il riferimento è al prof. Vincenzo Rivera, deputato democristiano aquilano, che ancora il 15 giugno scriveva privatamente all’amico Edmondo Cossu, direttore generale del Ministero dell’Interno : “E’ stata trasmessa al Ministero la pratica di distacco della frazione (già comune) di Paganica da Aquila. Sorge ora una difficoltà per la quale io la pregherei di soprassedere all’avviare la pratica alla soluzione: è la frazione di Onna, prima facente parte del Comune di Paganica, che intende non essere distaccata da Aquila. Le presenterò la documentazione che, credo, farà riflettere. Le sarò grato se vorrà assicurarmi benevola accoglienza”.

Agli inizi di luglio Cossu rispondeva a Rivera che la pratica relativa alla ricostruzione del Comune di Paganica veniva riservata all’esame della Regione, cui l’articolo 133 della Costituzione demandava le competenze in materia. Peccato che le Regioni non venissero ancora istituite, ed anzi lo sarebbero state “appena” 22 anni dopo!…

Nel novembre 1950 grande aspettativa fu alimentata nei promotori dell’autonomia dalla proposta di legge dei senatori Rosati, Bareggi e Cemmi sulla “Ricostituzione dei Comuni soppressi in regime fascista”.

Il 23 febbraio 1951 un nuovo Comitato costituitosi a Paganica inoltrava ancora una dettagliata istanza recante 917 firme per il ripristino della municipalità, questa volta direttamente al Ministero dell’Interno, senza transitare in via gerarchica per la Prefettura, alla quale si imputava esplicitamente di aver boicottato i tentativi precedenti. Anche questo tentativo fallì!

Il 23 settembre 1987 nacque il “Comitato Civico per la ricostituzione del soppresso Comune di Paganica” al quale aderirono, oltre ai comuni cittadini, tutti i consiglieri di Circoscrizione. Il comitato elesse una Segreteria operativa che si fece carico di portare avanti l’iniziativa. Al fondo della richiesta di ripristino dell’autonomia comunale c’era la consapevolezza della perdita di una funzione, dello svanire di un ruolo attivo nel contesto territoriale, c’era il bisogno diffuso di riconoscersi nei propri valori, di riscoprire l’identità unica del proprio ambiente. L’iniziativa, perciò, non era una battaglia contro L’Aquila e, meno che mai, contro gli aquilani; con l’autonomia comunale si volevano innanzitutto ripristinare quelle condizioni secolari delle nostre zone, che facevano di Paganica il punto di riferimento di tutto il comprensorio e far emergere quelle grosse potenzialità di sviluppo, venute meno una volta inglobata nel Comune di Aquila.

La richiesta della ricostituzione del soppresso “Comune di Paganica” era conforme a tutte le normative vigenti e una volta che le leggi per le iniziative popolari furono promulgate, il Comitato, a nome di tutta la popolazione della decima Circoscrizione presentò al Consiglio Regionale, il giorno 23 dicembre 1989, la richiesta di indizione del referendum consultivo, firmata dai capigruppo dei partiti rappresentati nel Consiglio Regionale.

In esecuzione della delibera del Consiglio regionale del 6 febbraio 1990, con i decreti n. 370 e 371 del 2 aprile 1990 furono indetti i referendum consultivi per Paganica ed Arischia e fissata per il 10 giugno dello stesso anno la celebrazione degli stessi. L’8 giugno fu approvata da parte del Parlamento la legge 142/90 (legge di riforma delle Autonomie Locali). L’art. 11 di questa legge fa riferimento all’istituzione di nuovi Comuni, fissando a diecimila abitanti la soglia minima per accedervi.

L’approvazione di questa legge costituì una doccia fredda per il Comitato poiché la stampa e le emittenti locali dettero ampio risalto all’approvazione della 142 con articoli e servizi che esprimevano l’ormai inutilità dei due referendum. L’impegno fino allora profuso e la voglia di autonomia manifestata dai cittadini furono elementi che imposero al Comitato di proseguire con fermezza e determinazione, cercando di aggregare il maggior numero di cittadini per arrivare all’istituzione del 109° Comune della provincia, il 6° per popolazione.

Gli ultimi giorni di propaganda furono di notevole impegno per il Comitato che riuscì a sensibilizzare in modo capillare tutti gli abitanti della decima circoscrizione.

L’esito del referendum fu positivo per Paganica. Il quotidiano locale Il Centro titolava un articolo sul referendum: “Una pioggia di sì per l’autonomia”. Anche il quotidiano nazionale “Stampa Sera” si interessò della vicenda autonomistica con la presenza a Paganica, nel giorno del referendum, del giornalista Dario Celli che il giorno successivo firmò un articolo su Paganica ed il referendum, in terza pagina.

In seguito all’emanazione della 142 e in considerazione del fatto che in Paganica risiedeva un numero di abitanti inferiore a diecimila, occorreva esaminare se fosse legittimo procedere alla ricostituzione del comune e in particolare se, ai sensi dell’art. 36 della legge regionale 2.12.87, il Presidente della Giunta avesse dovuto proporre al Consiglio regionale un disegno di legge per l’istituzione del Comune di Paganica, in conformità dell’esito favorevole del referendum, o al contrario negare tale ricostituzione attenendosi alla norma della soglia minima di popolazione stabilita dalla 142.

I pareri di illustri costituzionalisti (Cassese, Porreca, Quaranta, Iannotta, Scoca) mettevano in evidenza che la 142 non ostacolava assolutamente l’iniziativa. A questo punto, però, scesero apertamente in campo le forze contrarie all’autonomia per contrastare, con tutti i mezzi a loro disposizione, quella che ritenevano un’autentica sciagura per la città capoluogo: l’autonomia di Paganica, di quel paese feudo di diversi personaggi politici. Ciò che prima non era stato degno di considerazione perché “era la volontà di quattro facinorosi, forse in cerca di visibilità politica” (così furono definiti i componenti del comitato da qualche personaggio aquilano) diventava repentinamente argomento politico di primaria importanza: oggetto di attacco era il Comitato ed il Consiglio Regionale, che si apprestava a votare il disegno di legge per la ricostituzione.

Diversi politici di spicco, aquilani e non, produssero un’opera di demolizione del processo autonomistico. Sui quotidiani apparivano le loro sdegnate reazioni per “l’attacco del Comitato all’integrità del Comune dell’Aquila”, per “i tentativi di ridimensionamento del capoluogo di Regione”, per “l’affronto all’Aquila di iniziative leghiste che minano la stabilità democratica”, per “le strumentalizzazioni politiche elettoralistiche”, per “la logica populista e di campanile,” per “gli ingiustificabili disegni posti in essere per mettere in discussione il ruolo di capoluogo di regione e di provincia della città di L’Aquila”.

La questione diventò motivo di lotta politica all’interno della D.C. a livello regionale, che si divise in favorevoli e contrari, soprattutto per le successive dichiarazioni del Ministro della Funzione Pubblica Remo Gaspari rilasciate in un incontro organizzato dalla Segreteria Operativa presso il Centro Civico di Paganica: ”Ho fatto esaminare la questione della ricostituzione dei Comuni di Paganica ed Arischia da due illustri magistrati del Consiglio di Stato, i professori Iannotta e Quaranta, ho avuto una risposta che non ammette discussioni: Paganica ed Arischia possono riavere il Comune”. Rivolto ai politici aquilani il ministro, li invitò a non prendersela più di tanto: ”L’Aquila è e rimarrà l’importante città che è, non fosse altro perché è il capoluogo di Regione, il fatto di avere qualche migliaio di abitanti in meno non significa nulla”.

Il 12 dicembre la Giunta Regionale deliberò, a maggioranza, con l’astensione dell’assessore (D.C.) Lettere, di proporre all’esame del Consiglio Regionale il disegno di legge sulla ricostituzione dei Comuni di Paganica ed Arischia. Quando tutto sembrava andare per il verso auspicato dal Comitato per l’autonomia, un telex, inviato dal Ministero degli Interni al centro studi Pragmata, rimetteva in discussione la ricostituzione del Comune di Paganica.

Il centro studi “Pragmata” era un’associazione costituitasi da poco, di cui pochissimi ne conoscevano l’esistenza e che annoverava fra le sue fila alcuni politici aquilani.

Pragmata inviò una lettera al Ministero degli Interni, il 10 dicembre, chiedendo lumi sulla legittimità della richiesta autonomistica di Paganica e Arischia.

Dal Ministero, contrariamente alla lenta burocrazia italiana, la risposta arrivò in tempi rapidissimi. Con il telex, a firma del dott. Riccardo Malpica, partito da Roma il 12 dicembre, il Ministero degli Interni, di fatto si escludeva la possibilità di ricostituire i due Comuni. Sull’iniziativa di Pragmata il vice Sindaco del Comune di L’Aquila Giovanni Giuliani affermava: “Ormai i partiti sono stati esautorati da qualsiasi tipo di dibattito e tutto si fa attraverso club spesso sponsorizzati da politici”. C’è da rilevare che qualche giorno prima alcuni politici ebbero un incontro a Roma con il Sottosegretario (contrario all’ipotesi di ricostituzione). La storia del telex al centro studi Pragmata anticipava una conflittualità giuridica che si sarebbe manifestata in maniera eclatante l’anno successivo. Il destino dell’autonomia di Paganica prendeva ormai una strada sulla quale le forze basate sul rispetto delle leggi e delle regole democratiche non sarebbero più riuscite a incidere. “Il caso Pragmata”, per le reazioni visibili e invisibili che scatenò, è stato uno degli elementi più negativi per il movimento autonomistico.

Il 5 marzo 1992 fu un’altra giornata indimenticabile per Paganica: il Consiglio Regionale dopo una forte pressione esercitata dal Comitato, approvava, all’unanimità con la sola astensione del consigliere L. Del Gatto, la legge che sanciva la ricostituzione dell’autonomia municipale.

Prima della discussione in Consiglio un pacifico e composto corteo di oltre tremila cittadini della decima circoscrizione, con striscioni, canti e bandiere, partendo dalla Fontana luminosa, attraverso Corso V. Emanuele, aveva raggiunto il palazzo dell’Emiciclo, sede del Consiglio Regionale per attendere il sospirato assenso alla ricostituzione del Comune.

L’approvazione da parte del Consiglio Regionale, non rendeva comunque operativa ancora la legge di ricostituzione dei Comuni di Paganica ed Arischia: necessariamente doveva passare al vaglio del Commissario di Governo, che l’avrebbe poi inviata, tramite il Ministero delle Regioni, al Ministero degli Interni. La legge di ricostituzione non trovò, il 3 aprile, un’accoglienza al Governo che la rinviò alla Regione.

Il 18 giugno il Consiglio Regionale riapprovava all’unanimità la legge che veniva rimandata al Commissario di Governo e da questi al Ministero degli Interni. Il 5 luglio il Governo impugnava la legge regionale di ricostituzione dei Comuni di Arischia e Paganica, e la vertenza passava nelle mani della Corte Costituzionale, che era chiamata a pronunciarsi, in via definitiva ed inappellabile, sulla legittimità giuridica della legge stessa.

La Regione Abruzzo sceglieva come difensore l’Avv. Gustavo Romanelli con il quale la Segreteria operativa ebbe diversi incontri per preparare un’arringa ben argomentata necessaria per smontare la tesi della controparte. All’Avv. Romanelli furono forniti tutti i dati demografici e storici.
La discussione della vertenza Presidente Consiglio dei Ministri contro la Regione Abruzzo venne fissata per il 1° dicembre. La rappresentanza di Paganica, guidata dalla Segreteria operativa al completo, si presentò numerosa e organizzò una tranquilla manifestazione in piazza del Quirinale con uno striscione inneggiante all’autonomia municipale. Ad assistere alla seduta furono ammessi in pochi. Relatore della Corte fu il giudice E. Cheli che, ripercorrendo la storia delle richieste autonomistiche, metteva in rilievo il contenzioso tra la Regione Abruzzo ed il Governo. Successivamente prendeva la parola l’Avv. Franco Favara, dell’Avvocatura dello Stato, che riconfermava la posizione del Governo. Nella memoria presentata in precedenza l’Avvocatura sosteneva che in caso di separazione dall’Aquila, i cittadini di Paganica sarebbero stati dei privilegiati perché nel loro territorio sarebbe ricaduto il Nucleo Industriale: la ricostituzione del Comune di Paganica, privando L’Aquila di quella importante zona avrebbe mutato l’assetto economico-industriale del territorio aquilano.

L’avv. Romanelli partì dal momento dall’aggregazione forzata del 1927, mettendo in rilevo come fin da allora le due popolazioni, nonostante il clima repressivo del momento, non avessero accettato la soppressione, e come le iniziative autonomistiche fossero riprese anche dopo la caduta del fascismo. L’avv. Romanelli così concludeva: “… un no alla ricostituzione dei Comuni di Paganica ed Arischia sarebbe un’ingiustizia discriminante rispetto a tutte quelle amministrazioni locali che grazie alla legge 71 del ’53, hanno riacquistato nel corso degli anni la propria autonomia, soppressa durante il ventennio fascista”. Ma l’ingiustizia, ancor più grave di quella perpetrata nel 1927, fu fatta con la sentenza firmata dal presidente F.P. Casavola, dal relatore E. Cheli, dal cancelliere G. Di Paola, emessa il 18 dicembre, depositata in cancelleria e resa pubblica attraverso la G.U. del 5 gennaio 1993.

Pur non avendo avuto un esito positivo il tentativo autonomistico ha evidenziato, comunque, un malessere verso chi in sessanta anni non ha saputo e purtroppo ha continuato poi a non saper promuovere un’opera d’integrazione e di difesa dell’unità comunale attraverso una sana, equilibrata amministrazione ed un’equa distribuzione delle risorse.

E’ comunque sorprendente constatare che con sentenza n. 171 della Corte Costituzionale dell’11 giugno 2014 verrà costituito il Comune di Mappano (in provincia di Torino), di appena 7.012 abitanti. Della Corte avrebbero fatto parte, fra gli altri, Sabino Cassese e Giuliano Amato…

LA VISIONE DELLA CITTA’, DELLE FRAZIONI E DEI CENTRI MINORI.

La maggiore opportunità che il terremoto ha offerto, al netto dei gravi lutti e delle distruzioni provocate, è stato quello di ricostruire la Città non “com’era dov’era” ma “dov’era e meglio di com’era”.

Prendendo atto delle carenze ante-sisma e delle mutazioni prodotte dal terremoto, si sarebbe dovuta elaborare una nuova “visione urbana” entro la quale procedere alla ricostruzione. È evidente, infatti, che ogni intervento che non si riferisca a un progetto sistemico produce necessariamente un risultato caotico.

Questa visione (che avrebbe dovuto considerare l’idea intermedia di una “città di transizione”, anche per evitare lo spopolamento) non può non considerare L’Aquila come città-territorio, non nel senso della città diffusa “all’americana” col suo sconsiderato consumo di suolo, ma nel senso della città policentrica.

Del resto, fin dalla sua origine del XIII secolo L’Aquila era nata già come città-territorio policentrica, divisa cioè nei quattro quarti ai quali facevano riferimento con i loro insediamenti intra moenia i castelli fondatori.

Non sarebbe dunque difficile pensare una città-territorio composta di tanti paesi da ricostruire oltre che da tanti poli con vecchie e nuove funzioni, interconnessi da infrastrutture e corridoi ecologici: innanzitutto il centro storico, e poi i poli didattici (Colle Sapone-Pettino), il polo librario (Bazzano), i poli didattici universitari (S. Salvatore-Coppito) e residenziali universitari, il polo fieristico-aeroportuale (Sassa), i poli sportivi, culturali, naturalistici ambientali (parchi fluviali dell’Aterno e del Vera).

Sulla base di questa visione generale sarebbe possibile pensare ad una riqualificazione delle periferie, al futuro impiego di C.A.S.E. e M.A.P., alla riutilizzazione degli edifici pubblici, alla razionalizzazione della mobilità, alla ridefinizione del ruolo e delle vocazioni del centro storico e dei centri minori.

Un decentramento intelligente e multipolare, sostenuto da una adeguata viabilità, potrebbe ricucire dinamicamente il centro rappresentativo con i nuovi insediamenti sub-urbani, con le frazioni e con i centri minori circostanti, realizzando peraltro una redistribuzione democratica dei servizi. Si può immaginare insomma una città più equilibrata, pienamente a misura d’uomo, più bella e più ordinata, con un’altissima qualità della vita: una piccola aerea metropolitana capace di mobilitare le sue intelligenze, di valorizzare la sua bellezza e le sue risorse, di attrarre investimenti e turismo non occasionale.

Per trasformare una “città di strade” in una “città di piazze” bisogna avere il coraggio, ove necessario, di demolire, di progettare i vuoti e di decentrare, possibilmente praticando una pianificazione partecipata con strumenti di trasparenza, di consultazione e controllo a disposizione dei cittadini.

E bisogna avere il coraggio di bloccare l’edificato e il consumo di suolo, precisando un confine netto tra zona urbanizzata e zona agricola. Non è sostenibile che una popolazione di settantamila abitanti si disperda su una superficie così grande, anche perché l’alta densità abitativa ha il vantaggio delle relazioni di vicinato, della solidarietà di quartiere, di una mobilità senza automobile, di reti infrastrutturali più compatte ed efficienti, di maggiore spazio per agricoltura, l’industria e i parchi.

Ma una nuova visione urbana ha senso solo se contiene anche una prospettiva strategica di sviluppo economico, senza la quale l’organizzazione della città e lo stesso popolamento perdono ogni ragion d’essere. E qui si apre l’ampio capitolo della “vocazione” economica della città, che negli ultimi anni ha visto puntare prevalentemente sull’Università o sul turismo.

Dallo studio compiuto appare evidente che una reale speranza di sviluppo non può essere affidata a un solo settore, ma a più settori insieme, messi a sistema in una dimensione territoriale che comprenda la città dell’Aquila e tutti i centri minori del comprensorio.

Il Comune dell’Aquila ha accentrato le funzioni amministrative, le funzioni commerciali di rango più elevato, la formazione, i servizi avanzati, l’industria. Prima del terremoto, poco o nulla era restato nel suo territorio di riferimento, che aveva subito una drammatica riduzione di popolazione negli ultimi decenni.

L’Aquila è una città amministrativa e tale resterà anche in futuro ma l’Università, i Laboratori del Gran Sasso, le risorse storico-ambientali e la formazione di un nucleo industriale di qualità ne fanno qualcosa di più di una città amministrativa. L’Aquila può aspirare a diventare una città dell’università, dell’alta formazione, della ricerca e dell’innovazione di rilievo europeo, ma ha anche un capitale territoriale che non possiede nessun’altra città meridionale di dimensioni simili.

Un territorio che si presta all’agricoltura, all’allevamento intensivo ed estensivo, agli sport invernali ed estivi (golf, arrampicata, trekking, ciclismo), allo sfruttamento forestale, all’artigianato alimentare e del legno.

In altri termini, la città dovrebbe vivere dei servizi superiori, del polo industriale farmaceutico, del commercio diffuso, ma potrebbe essere anche un motore di sviluppo, ponendosi alla guida di un (equo) progetto di espansione turistica che riparta dai centri minori, decentrandovi servizi che offrano in quei luoghi nuove possibilità di lavoro.

La città ha, infatti, delle responsabilità nei confronti del territorio sul quale si esprimono gli effetti delle sue scelte. La logica di fondo dovrebbe essere quella di produrre ed avere servizi in un posto comodo, abitare e divertirsi in un posto bello. L’Aquila può aspirare a diventare città d’arte di respiro nazionale, circondata di borghi attrattivi a livello regionale, nazionale e internazionale (ne sono testimonianza eccellenze come Santo Stefano di Sessanio). Una scelta di questo genere che implichi la piena valorizzazione della ricchezza territoriale potrebbe offrire al resto della regione un modello alternativo, antitetico all’accentramento pescarese.

IPOTESI PER IL DOMANI

Il fallito tentativo di ripristinare le municipalità annesse al Comune dell’Aquila in epoca fascista potrebbe apparire oggi una velleitaria avventura campanilistica o, peggio ancora, un’esperienza storica da considerarsi anacronistica e in controtendenza, essendo ormai acquisito che i piccoli comuni debbano accorparsi soprattutto per ottimizzare la spesa e l’efficienza dei servizi. I piccoli comuni non riescono, infatti, a garantire servizi essenziali alla popolazione che quindi è costretta a cercarli nei rispettivi capoluoghi. Del resto, anche gli strumenti di pianificazione e programmazione sono oggi considerati prevalentemente su scala sovracomunale, comprensoriale e regionale.

Tuttavia, non è detto che l’obiettivo della razionalizzazione si raggiunga solo conservando e agglutinando l’esistente, soprattutto quando i comuni hanno una superficie talmente ampia da rendere difficoltosa se non ingestibile la fornitura di servizi efficienti.

Per quanto riguarda il Comune dell’Aquila, costi e gestione dei servizi erano già un problema prima del sisma del 2009 a causa della grande estensione del territorio. Il Comune dell’Aquila, con le sue sessantaquattro frazioni, occupa, infatti, la nona posizione in Italia per estensione (è più esteso di Malta) e il terz’ultimo capoluogo di Provincia per densità di popolazione. La bassa densità della popolazione si configura come un aspetto negativo per il cospicuo consumo di suolo pro-capite. A un’elevata superficie del territorio comunale (pari a 467 chilometri quadrati) fa riscontro una popolazione di meno di 70.000 abitanti. Pescara, in una superficie territoriale di appena di 33,47 chilometri quadrati contiene invece una popolazione di 120.000 abitanti. Decisamente questo è uno dei primi dati che contraddicono i principi fondamentali sui quali è fondata una città competitiva: la densità. L’Aquila non è una città densa, è una città sproporzionata se si paragona l’estensione della sua periferia al centro storico. Conseguentemente, già prima del terremoto, il Comune dell’Aquila doveva amministrare una rete d’infrastrutture e di servizi particolarmente complessa: decine di plessi scolastici, quasi 3.000 km di strade comunali, 21 cimiteri, 10 depuratori, migliaia di chilometri di reti.

Scriveva l’urbanista Marcello Vittorini: “L’Aquila è rimasta chiusa sostanzialmente all’interno delle sue mura fino all’inizio degli anni ’70. Poi non soltanto il capoluogo ma anche i centri minori hanno registrato un consistente e accelerato sviluppo edilizio, con la formazione di periferie discontinue e casuali. Tuttavia il processo di polarizzazione di servizi e di attività nel capoluogo – e nel centro storico – si è ulteriormente esaltato, contribuendo a peggiorare decisamente le condizioni del traffico di penetrazione e di scorrimento. Finora sono mancate politiche efficaci di diffusione delle attività produttive e dei servizi, di riqualificazione delle periferie recenti e di recupero dei tessuti storici. Per alcune aree del comprensorio aquilano è essenziale promuovere la massima autosufficienza funzionale, con la realizzazione di un complesso integrato di servizi (scolastici, culturali, socio-sanitari, commerciali), capaci di ridurre la dipendenza dal capoluogo e quindi i movimenti pendolari”.

Con il sisma del 2009 si è accentuata la dispersione territoriale e la struttura policentrica della “città lineare”, il che imporrebbe un mutamento radicale nel modo di gestire il territorio e tutto ciò che afferisce a esso. La nascita di nuovi abitati in seguito al terremoto (19 insediamenti del progetto CASE, più una miriade di villaggi MAP), il decentramento dei servizi e delle attività commerciali e il complicarsi della mobilità pubblica e privata pongono dunque oggi la necessità di un ripensamento radicale dell’attuale assetto amministrativo.

Il terremoto poteva ancora essere una straordinaria opportunità per cambiare radicalmente il rapporto fra la città e il suo territorio, superando in particolare lo squilibrio fra la città dentro le mura e le frazioni, che tuttora risentono della mutilazione dell’autonomia subita quasi un secolo fa. E’ innegabile, infatti, che non solo le frazioni dell’Aquila, ma anche i Comuni che gravitano sul capoluogo hanno con esso un rapporto inesistente se non conflittuale.

Non appare dunque assurda l’ipotesi di restituire alle maggiori frazioni dell’Aquila la dignità comunale di cui furono private nel 1927, raggiungendo il duplice scopo di decongestionare il comune capoluogo e di procedere a nuovi accorpamenti di tipo comprensoriale per la gestione dei servizi. Ciò consentirebbe di riorganizzare, massimizzare e semplificare i servizi, con un notevole risparmio di spesa.

A questo proposito, l’ingegner Alessandro Panepucci, esponente dell’associazione aquilana “Policentrica”, scriveva nel 2011: “Ora la crisi economica e finanziaria ci costringe a trovare disperatamente le risorse e si è proposto di tagliare gli enti locali con criteri alquanto discutibili, come le soglie di popolazione e di superficie. La manovra finanziaria è servita per creare il dibattito sull’argomento ma non può dettare le regole di questa riorganizzazione. I tagli lineari non possono essere praticati anche nella geografia amministrativa. Non esiste un numero perfetto di comuni deciso dall’alto, nessuno può dire se sia meglio averne cinquemila o diecimila. Si può invece operare sulla loro efficacia, cercando un equilibrio tra popolazione e superficie del comune, in modo che i servizi siano distribuiti in maniera capillare ma siano anche gestiti con le opportune economie di scala che ne garantiscano la sostenibilità finanziaria. Ad esempio non è possibile organizzare il trasporto pubblico in comuni al di sotto dei tremila abitanti, mentre un comune di diecimila abitanti può permettersi mezzi e personale per offrire questo servizio sempre più indispensabile ad una popolazione che invecchia e che è a corto di risorse energetiche”.

Creare comprensori di quattro-diecimila abitanti accorpando comuni molto piccoli significherebbe renderli autonomi in materia di servizi di base, mantenendo la dipendenza alla città dell’Aquila solo in merito all’erogazione dei servizi superiori.

Nonostante le resistenze verso il cambiamento, sembra ormai ineludibile la creazione di Unioni di comuni per la gestione dei servizi di base e la soppressione di altri enti analoghi ma tarati per altri obiettivi (ad esempio le Comunità Montane). Queste Unioni di piccoli comuni, tese soprattutto ad aumentare l’efficienza nell’erogazione dei servizi, riaprono – come si è detto – anche l’ipotesi di una riconquista dell’autonomia da parte di popolose frazioni che la persero in seguito alle annessioni forzate al Comune dell’Aquila.

Non si tratta, però, di auspicare un semplice ritorno al passato, ma di realizzare nuove sinergie volte a una gestione più razionale del territorio e delle risorse. Unioni di comuni del circondario, che potrebbero essere realizzate, sono: Montereale (con Capitignano e Campotosto), Pizzoli (con Barete e Cagnano Amiterno), San Demetrio (con Ocre e i comuni della valle dell’Aterno fino ad Acciano), Barisciano (con Poggio Picenze, Castel del Monte e i comuni della Baronia di Carapelle), Rocca di Mezzo (con Rocca di Cambio e Ovindoli), Capestrano (con Navelli e i comuni della valle del Tirino), Scoppito (con Lucoli e Tornimparte).

Un nuovo ente intermedio che non ha bisogno di revisioni costituzionali e che chiameremo “Comune territorio”, avente una media di 6.000 abitanti (tra 4.000 e 10.000), potrebbe risultare costituito da una o più frazioni del Comune dell’Aquila restituite alla loro autonomia municipale e da due o più comuni ad esse confinanti (es. Arischia e San Vittorino con Pizzoli, Barete e Cagnano; Paganica e Camarda con Barisciano; Pianola, Bagno e Monticchio con Ocre e San Demetrio; Roio, Sassa e Preturo con Scoppito).

Il vantaggio per il comune capoluogo sarebbe quello aumentare le proprie capacità organizzative a fronte di una perdita di territorio e popolazione; il vantaggio per tutti gli altri sarebbe di far parte di enti definiti da precisi confini naturali o storici, dotati quindi di uniformità identitaria ed economica.

Naturalmente nessun piccolo comune vedrebbe cancellata la propria fisionomia, perché i nuovi enti potrebbero semplicemente scegliere denominazioni geografiche (ad esempio nomi di vallate o di località storiche) di cui ogni paese membro si sentirebbe parte. I nomi di questi distretti dovrebbero essere riconosciuti e scelti da tutti i cittadini, evitando i nomi dei singoli paesi (es. Alto Aterno, Amiternino, Forconese, Medio Aterno, Montagna Aquilana, Terre della Baronia, Valle del Tirino, Altopiano delle Rocche, etc.).

Le proloco dei singoli paesi continuerebbero inoltre ad essere finanziate per organizzare feste ed iniziative volte a promuovere la conoscenza delle proprie specifiche tradizioni.

Già oggi per moltissimi servizi questi comuni sono federati (ad es: gestione dei rifiuti, distretti sanitari, servizi vari) tanto che alcuni di essi hanno un unico segretario comunale. Bisogna rendere ufficiali ed elettive queste unioni di fatto, in modo che siano direttamente controllabili dai cittadini ed essi si responsabilizzino. Le unioni di comuni sono già esistenti in tutte le province confinanti con la nostra, sia in Abruzzo che nelle altre regioni. Oggi sono allo stato embrionale, cioè garantiscono molti servizi ai cittadini, ma non sono a elezione diretta e non prevedono la soppressione dei comuni che ne fanno parte. Un modello più avanzato è stato sperimentato in Trentino, con la soppressione dei comuni che in precedenza facevano parte di un’unione e la creazione di un comune unico (vedi il nuovo Comune di Ledro, in provincia di Trento).

Nel Consiglio comunale del nuovo Comune-territorio si potrebbe prevedere una ripartizione dei seggi che garantisca l’elezione di rappresentanti di ogni borgo, in base al loro peso demografico. I centri abitati sotto la soglia media di elezione di un rappresentante potrebbero avere comunque un seggio garantito, onde evitare che le loro problematiche siano trascurate dall’ente. Inoltre i “sindaci” di ogni Comune-territorio prenderebbero parte al coordinamento politico di scala comprensoriale spettante agli enti sovraordinati (Province, Regioni).

Mediante la riforma amministrativa qui prospettata, la Città dell’Aquila potrebbe concentrarsi meglio sulle proprie specifiche competenze, cioè la gestione dei servizi di base per la sola continuità urbana delimitata a nord da Monte Pettino-San Giacomo, a sud dai fiumi Aterno e Raio, a ovest dall’aeroporto di Preturo, a est da Gignano-Sant’Elia (50 mila abitanti); il coordinamento dei  Comuni-territorio che formerebbero il Comprensorio Aquilano e l’erogazione ad essi di servizi superiori (istruzione superiore, uffici, servizi alle imprese, ospedale); l’erogazione di servizi specialistici per tutta la Regione in base alle competenze specifiche del suo Comprensorio (ad esempio università, industria elettronica e farmaceutica, turismo invernale ed artistico, commercio e allevamento).

Quindi, se in molti casi ha senso accorpare, nel caso del Comune dell’Aquila si dovrebbero invece scorporare le maggiori frazioni, sempre però con la medesima finalità: ottenere una gestione più economica ed efficiente dei servizi.

Come si è detto, mentre altri territori possono concedersi il lusso di rimandare questa discussione, L’Aquila che deve ricostruirsi e reinventarsi dopo il sisma del 2009, non può più attendere che il suo rilancio avvenga senza importanti cambiamenti.

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