L’AQUILA: – Pubblichiamo integralmente una nota di Pietro Serra, presidente di “Alternativa Futura per l’Italia”.
“C’è qualcosa di veramente unico e speciale a L’Aquila. Non so dire, ma l’effetto è tra il malinconico e il gioioso.
Malinconico perché andar via dalla Città è sempre un gran dolore. Iniziando da Piazza Duomo, per me il simbolo del capoluogo abruzzese, vasta quanto il cuore degli aquilani. Persone stupende che in pochi secondi hanno perso tutto e a quel che rimane danno il giusto valore. La bellezza di un incontro, di una chiacchierata, di una richiesta o ringraziamento.
Conservo nella mente il ricordo indelebile di mercoledì 22 aprile 2015. Era serata inoltrata e per la prima arrivai in Città. L’impatto emotivo fu devastante. Troppo forte il pugno allo stomaco, amarissimo il boccone da mandar giù. Soprattutto in via XX settembre. Al mio fianco Federico Ingria: “Vedi, qui alla mia destra c’era la casa dello studente”. Rimasi come attonito, le parole svanite. Non rimaneva più nulla, se non il rettangolo perimetrale. A fianco qualche casa con l’orrida vista dei mobili aperti, del tempo che passa eppur rimane fermo al 6 aprile 2009. Poi il rientro a casa dello stesso Ingria: “Non ci devi niente. Per noi hai fatto tanto e questo è il modo di sdebitarci con te, sei un amico per noi”.
Ma cosa può fare un ragazzo come me, ora 28enne, leggermente zoppo e colorito nel linguaggio? Nulla. Non posso nulla, se non amare L’Aquila.
Per questo la malinconia lascia spazio alla gioia. Al ricordo di quel giovedì universitario che nonostante impalcature, detriti, escavatori, polveri e sassi, è divenuto simbolo di rinascita e vitalità. E a quegli stessi giovani che affollavano le vie più o meno strette del capoluogo abruzzese, deve andare la nostra stima. Perché hanno detto basta alle lamentale seppur fondate. Hanno saputo rimboccarsi le maniche e rianimare la loro Città, col contributo di tutti.
E c’è un sindaco, quel Massimo Cialente del PD, che sta all’opposto del mio credo politico. Ma gli concedo l’onore delle armi. Perché ha sempre fatto gli interessi degli aquilani. E lo dice uno che preferisce definirsi di destra al politicamente corretto “centrodestra”. Massimo ha dimostrato di essere un ottimo sindaco, ma soprattutto un uomo dal cuore grande. Subito ad Amatrice dopo lo scossone del 24 agosto. E subito a confortare la sua gente. Perché la storia concede repliche quando meno ce lo aspettiamo. E le cicatrici dell’intimo che si riaprono non sono come quelle fisiche dove si possono applicare dei punti di sutura e guarire nel medio termine. Sono le peggiori quelle dell’anima, perché pensi di aver superato il trauma e ti ritrovi ancora lì sperando e pregando che la terra si plachi, ma inconsciamente consapevoli che così non sarà e che solo l’edilizia sicura evitarà perdite umane e materiali. Perché l’anima piange e sanguina di dolore.
Nel mentre, il tempo continua a scorrere, inesorabile. Tra qualche settimana mi accingerò nuovamente a tornare in questa Città che chiede ma non ottiene. E nonostante tutto conserva la sua integrità morale e ha dignità da vendere. Quella del padre o madre di famiglia che si alza presto e rientra a tarda sera per portare il pane ai figli, quella dei giovani che studiano e si divertono ma lottano affinché L’Aquila ritorni non come prima ma ancora più bella, accogliente e tecnologica. Come la Fenice, capace di risorgere dalle proprie ceneri.
Con alcuni aquilani ho litigato in passato, anche duramente. Ma sono tutti amici miei. Reali e virtuali. Perfino su Facebook quando vedo L’Aquila, non riesco a contenermi. Dal banale like alla richiesta di amicizia. Sì, perché il desiderio di appartenere a questo luogo è un qualcosa che va oltre il desiderio, ma si annida nell’anima. E rimane lì, nell’attesa che qualcosa si muova e riprenda il suo volo sopra le macerie di quest’Italia troppo spesso alle prese con la dilagante corruzione, ma anche capace di grande cose, come dimostra la ricostruzione, che seppur lenta, sta regalando alla Città un altro volto.”










