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Referendum: Chi non ha vinto, chi non ha perso

Pubblicato da Redazione
martedì, 06 Dicembre 2016 - 08:45
in Politica
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L’AQUILA: – (di Luigi Fabiani, Tributarista) Non ha vinto il NO degli sfascisti, né quello di Brunetta o Salvini o chi vi pare.

Ha vinto il No della gente che vuole certezze e non parole, convincentemente pronunciate dall’affabulatore capo, che fa i conti con la legge Fornero, con i metanodotti, con la precarietà del lavoro, con il mutuo per andare in pensione e con il miraggio della pensione, con un futuro disegnato su misura per le banche e la finanza e non per la gente che lavora, con la riduzione in maniera esponenziale degli spazi di democrazia e di opposizione, con la logica del circolo privato in cui o sei socio o stai fuori, con i diritti scambiati per omaggi e regalie dei feudatari di turno.

E la dimostrazione è nello spacchettamento dell’elettorato: i giovani tra i 18 ed i 35 anni si sono opposti a queste politiche 81 su 100. E sono quelli che sarebbero dovuti essere, a parole, i più vicini a questo governo giovanilistico. E sono quelli che dovranno fare i conti con questa Costituzione per maggior tempo e magari li vorranno fare con la certezza che essa realmente mantenga unito e coeso un popolo ed il suo lungo cammino.

Perché i feudatari passano, il popolo, lo Stato rimane. A prescindere e comunque.

Sarebbe riduttivo, offensivo e frutto di una bieca cecità di analisi, ricondurre il Sì ed il No ad una lotta tra partiti, rectius, tra segreterie e correnti di partiti. Eppure a qualcuno fa comodo che sia così, che venga interpretato così. E soprattutto i media insistono su questo tipo di analisi, rinfocolando le piccole querelle tra Matteo e Matteo o chi per essi. Fa comodo perché lo sforzo di capire il vero motivo del rigetto della riforma e del rigetto di qualsiasi riforma che non tenga conto delle vere necessità della gente, quelle vissute sulla propria pelle quotidianamente, comporterebbe una seria analisi ed un ripensamento di dove sia andata e dove stia andando la politica. La distanza tra la gente, i cittadini, le imprese e chi è demandato a rappresentarli ed a programmare un futuro di stabilità e crescita comincia a diventare siderale, ad un passo dall’impossibilità di riavvicinamento.

Non ha perso il SI di Renzi.

Ha perso il Sì di chi vede con fastidio la critica, di chi cancella il sacro santo diritto di esprimere il dissenso, di chi preferisce stringere le mani degli evasori invece di quelle degli imprenditori, piccoli, medi, dei loro dipendenti, operai, di quelli che vivono ai margini del mondo, di quelli che con vergogna e umiltà, ti chiedono qualche euro perché hanno una famiglia e non un lavoro. Ha perso il Sì delle fritture di pesce, del “fai un mutuo sulla casa se la pensione non ti basta”, ad avercela una casa, della casta, delle caste.

Ha perso il Sì di “Fuori, fuori!” tipico delle iene e non dei leoni. Questo è stato l’emblema della prepotenza degli ultimi arrivati, dei parvenus della politica; un vero colpo al cuore perché gridato all’interno di un’assise democratica.

Eppure questa sconfitta, per lo più sopportata dal PD, offre allo stesso la possibilità di riscatto. Gli offre l’opportunità di sciogliersi dall’abbraccio ferale dei Verdini e degli Alfano, di fare un’inversione di rotta verso il comune sentire, verso l’analisi dei fabbisogni e la costruzione delle soluzioni. Perché, se una sinistra in Italia non può prescindere dal PD, il PD non può fare a meno di una sinistra.

Perché c’è bisogno di una sinistra forte, coesa, non divisa in millanta atomi mono nucleo, per affrontare le sfide di domani, in Italia, in Europa, nel mondo.

E allora, quale migliore occasione di questa risposta democratica per capire dove si è sbagliato, dove si può correggere e dove si vuole andare.

Anche la sinistra, anzi, le sinistre dovrebbero dismettere le magliette e le sciarpe da ultras della politica e provare ad affrontare unite le sfide del mercato dell’economia e del lavoro, del sociale e del futuro, delle nuove generazioni. Perché la politica del “male minore” non convince più le nuove generazioni che le preferiscono “il meglio”.

Perché, che sia un Governo nazionale, regionale (!) o comunale, la gente vuole la chiarezza dei programmi, la loro applicabilità, che gli stessi producano lavoro ed economia, che consentano alle nuove generazioni, come agli esodati, ai disoccupati, alle famiglie, di poter credere realmente che qualcosa si sta facendo per loro.

Ora le sinistre ed il PD devono scegliere: o affrontare seriamente ed apertamente questo percorso per diventare punto di riferimento oppure lasceranno praterie di consenso a chi sa cavalcare il dissenso in quanto tale senza capirne l’origine.

Se ciò non fosse, se non si ha il coraggio di guardarsi negli occhi ammettendo i propri errori ed i propri limiti, allora avrà vinto il NO di Brunetta, Grillo e Salvini.

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