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Mercoledì, 29 Agosto 2018 19:07

“La Forza del Perdono”: Omelia del Cardinale Giuseppe Petrocchi, durante Messa chiusura della 724esima Perdonanza

L’AQUILA - Siamo riuniti, in questa splendida Basilica, da poco restaurata, innanzitutto per ringraziare Dio, il Quale non cessa di rivelarsi Amore ricco di misericordia. Ancora una volta Gesù, il crocifisso-risorto, è passato tra noi come Buon Samaritano, beneficando e sanando coloro che erano prigionieri del male. «Anche oggi - infatti - viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza» (Prefazio comune VIII).

Abbiamo ascoltato la vibrante esortazione dell’apostolo Paolo: «in nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio».(2 Cor 5, 20-21)

Celestino è testimone fedele di questa accorata esortazione, e l’eco della sua voce viene amplificata nell’evento della Perdonanza.

In questo tempo l’intera Chiesa aquilana (quella che cammina nel tempo come quella che è approdata all’eternità) si è mobilitata per aiutarci a procedere più in fretta verso l’Alto: ci ha dato l’opportunità di essere liberati dal male e ci ha spinto, con esortazioni continue, a irrobustire la nostra fedeltà al Signore. Ci ha soccorso, innanzitutto, attraverso il dono dell’indulgenza, che, lo sappiamo, «manifesta la pienezza della misericordia del Padre, che a tutti viene incontro con il suo amore, espresso in primo luogo nel perdono delle colpe» (IM n. 9). Perdono - ricordiamolo bene - che non può mai essere inteso come semplice azzeramento del debito e licenza a sbagliare di nuovo: alla misericordia si affianca sempre l’invito esigente del Signore: «va e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). La conversione che il pellegrinaggio giubilare ci chiede non si limita ad una emancipazione dal male: essa domanda anche una decisa crescita nel bene.

Dobbiamo imparare a perdonare, come siamo stati perdonati da Dio.

Sappiamo che vivere la misericordia è un’arte difficile, che si apprende gradualmente, con l’esercizio e con la piena fiducia nella forza redentiva della grazia. Come ogni virtù, non si improvvisa. Perdonare, in senso cristiano, è la prima espressione pratica del verbo amare. Infatti, «tra tutte le virtù che riguardano il prossimo – scrive san Tommaso d’Aquino - la più eccellente è la misericordia».

Occorre aver maturato convinzioni ed esperienze consolidate per riuscire a ricevere e dare perdono, con generosità e con gioia.Il perdono richiede non solo una disponibilità del cuore, ma anche un’attitudine della mente: bisogna, infatti, avere chiari i motivi evangelici e umani per cui si perdona.

Va sottolineato che il perdono è una medicina, anzitutto per se stessi. Guarisce molte malattie spirituali, psicologiche e comunitarie, che intossicano la nostra esistenza. Il risentimento, infatti, impedisce la circolazione della carità, che è come l’ossigeno dell’anima. E i primi a rischiare questa “asfissia” interiore e relazionale, siamo proprio noi. Tempo fa, una mamma di famiglia, che aveva molto sofferto, a causa di prolungate incomprensioni, mi scriveva così: “Chi non perdona si condanna a vagare nelle oscure profondità di se stesso, e si procura ferite dolorose. Infatti, il rancore è come un tarlo che buca i sentimenti dell’anima e li fa ammalare».

ll perdono, perciò, è la prima regola nella grammatica della buona convivenza, a livello interpersonale e sociale. È una grazia da implorare e una fiamma da mantenere accesa, attraverso l’esercizio di una fraternità solidale e lungimirante, perché alimentata dalla speranza.

Per questo, ammoniti dal brano evangelico che abbiamo ascoltato, dobbiamo vigilare per non contrarre il “cancro” di Erodiade. Essa è dominata dall’astio e dall’odio. Si muove come figlia delle tenebre, che respinge la verità e la aggredisce: per questo appare interamente coinvolta nel suo feroce antagonismo. La sua chiusura alla Parola di Dio, che la chiama alla conversione, diventa inesorabile volontà di morte. Dobbiamo immunizzarci, da questa patologia - con l’antidoto della carità - per non riprodurne le dinamiche distruttive, neppure nel più sperduto angolo della nostra personalità.

Così come dobbiamo stare attenti a difenderci dall’Erode che portiamo dentro. Spesso – anche noi, come lui - sentiamo il fascino della verità, ma poi siamo incostanti e non disposti a pagare il prezzo della coerenza. Così finiamo per essere – in modo diretto o indiretto- complici del male.

Siamo invitati, invece, ad invocare dallo Spirito Santo la forza di stare dalla parte della giustizia e della autentica fraternità, con l’audacia e la fermezza testimoniate da Giovanni il Battista.

La vicenda, narrata dal Vangelo di Marco (cfr. Mc 6, 17-29) si conclude con il martirio di questo grande profeta. Ma anche la sua storia ci dimostra che Dio talvolta vince perdendo. Infatti, stando ad una lettura superficiale del racconto, sembrano aver avuto la meglio l’astuzia, la seduzione, la vendetta e la violenza. In realtà è avvenuto il contrario: chi ha vinto, sulla scena del mondo, ha perso sul piano della salvezza e chi pare abbia avuto la peggio, sul piano umano, invece ha conquistato il meglio, nel Regno di Dio.

Mai finiremo di ricevere e di dare il perdono, poiché è dal cuore stesso di Dio che sgorga e scorre senza sosta il grande fiume della misericordia: questa fonte non potrà mai esaurirsi, per quanto numerosi siano quelli che vi si accostano (cfr. MV n. 25).

Perdonare non è rassegnazione al passato, né semplice acquiescenza al dato di fatto, ma è volontà perseverante di bene e apertura creativa alla speranza. Perdona chi è mosso dalla certezza che l’amore vince.

La Perdonanza chiede la purificazione della memoria: che non comporta la cancellazione dei ricordi, ma spinge a rivisitare i nostri archivi interiori con la luce liberante della sapienza e la potenza purificante della carità. E’ opportuno, nel corso di questa celebrazione, fare un serio esame di coscienza, scandito da alcune fondamentali domande: quante volte abbiamo perdonato generosamente, usando verso i nostri debitori la stessa misericordia con cui siamo stati perdonati? Su quante inimicizie e divisioni abbiamo fatto convergere i raggi dell’amore, che sana e riconcilia? Quante sofferenze abbiamo abbracciato con la certezza che in esse il Padre ha deposto un tesoro di grazia, da riconoscere e valorizzare? Quanto bene siamo riusciti a compiere meglio: cioè con maggiore slancio e pienezza? Siamo riusciti davvero, attraverso un esercizio più intenso della pazienza, ad innalzare la nostra soglia di tolleranza (che indica il grado di accettazione del dolore, oltre il quale scatta in noi la reazione di rigetto e aggressività)?

Guardiamoci dalla mentalità insidiosa che considera antagoniste misericordia e giustizia, nel senso che quanti usano misericordia dovrebbero rinunciare a promuovere la giustizia, e coloro che cercano la giustizia sarebbero tenuti a lasciare da parte la misericordia. Il perdono lungimirante, invece, proprio grazie alla misericordia sa fare giustizia ed è praticando la giustizia che usa autentica misericordia. Infatti, come sentenzia san Tommaso d’Aquino: «La giustizia senza la misericordia è crudeltà, la misericordia senza la giustizia è madre della dissoluzione».

Papa Francesco sottolinea che, proprio la cultura del perdono possiede una potente valenza di trasformazione sociale, contribuendo a promuovere una comunità civile più umana e più equa. Così si esprime: «c’è un’idea forte che mi ha colpito, pensando all’eredità di san Celestino V. Lui, come san Francesco di Assisi, ha avuto un senso fortissimo della misericordia di Dio, e del fatto che la misericordia di Dio rinnova il mondo. […] Non è una fuga, non è un’evasione dalla realtà e dai suoi problemi, è la risposta che viene dal Vangelo: l’amore come forza di purificazione delle coscienze, forza di rinnovamento dei rapporti sociali, forza di progettazione per un’economia diversa, che pone al centro la persona, il lavoro, la famiglia, piuttosto che il denaro e il profitto».

Ci conforta, inoltre, la certezza che l’amore donato, attraverso il perdono, ci viene restituito moltiplicato, con l’“interesse” del centuplo, secondo l’economia del Regno di Dio (cfr. Mt 19,27-29). Dunque è conveniente perdonare, poiché la Provvidenza ci ricolma di beni, al di là di quanto possiamo domandare o pensare (cfr. Ef 3,20).

Va pure detto, per evitare approcci ingenui, che le strade del perdono sono strette e spesso sbarrate da forze contrarie che si mobilitano per impedirci di avanzare in questa direzione evangelica. Si tratta degli egoismi, personali e collettivi, come anche delle “strutture di peccato” (Srs, n°36), interiori e sociali, che contaminano i modi di pensare, di sentire e di agire. Infatti, nel nostro viaggio di crescita nella maturità cristiana e umana, possiamo imbatterci in posti di blocco emotivi “anti-perdono”, dentro e fuori di noi, che ostruiscono il passaggio verso la misericordia: ricevuta, custodita e data. Quando ci troviamo di fronte a questi “schieramenti contrari” non dobbiamo impaurirci e indietreggiare, ma affrontare, con coraggio, la “santa lotta”, poggiando sull’aiuto della grazia. Alla obiezione che questa impresa è troppo ardua per noi, siamo chiamati a rispondere con le parole ascoltate dal profeta Geremia: «non spaventarti di fronte a loro[…] Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti» (Ger1,17-19).

La fiducia in Dio mette le ali al cuore, che così può volare alto sul cielo della santità. Ecco perché condivido la frase seguente, trovata su una pagina di spiritualità: «chi è buono, fa ciò che può; chi ama fa l’impossibile».Infatti, l’avventura di essere cristiani è caratterizzata proprio dalla sfida di andare oltre se stessi e compiere, in Dio, opere che sono solo di Dio. Per questo, argutamente, un autore russo, afferma: «l’uomo si rivolge a Dio soltanto quando desidera l’impossibile. Per ottenere cose possibili si rivolge ai suoi simili»

Papa Celestino V, nostro Concittadino, continui, da questa basilica, a vigilare sulla storia della nostra gente: Lui, testimone e autore di opere straordinarie, ci insegni a vivere, ogni giorno di più, il Vangelo, per essere capaci di costruire la Città di Dio nel cuore degli uomini e la Città degli uomini nel cuore di Dio.Un popolo rinnovato dalla Perdonanza, infatti, è anche un popolo che si impegna a costruire una società più giusta e solidale.

Come sapete, il 13 di ottobre si concluderà l’Anno Mariano, indetto nella Chiesa Aquilana, con la solenne consacrazione della nostra Diocesi e della nostra Città al Cuore Immacolato della Madre di Dio. L’itinerario spirituale che abbiamo percorso, con grande fervore e folta partecipazione, continuerà con un secondo Anno di impronta mariana. Già da ora si può intravedere l’orientamento che ne segnerà la traiettoria: la tensione a crescere come Chiesa-comunione per vivere di più come Chiesa-in-missione, avendo Maria come Madre e Modello.

In Lei, «donna del silenzio e dell'ascolto, docile nelle mani del Padre» (IM n. 14), troviamo compendiate e perfettamente attuate tutte le virtù cristiane ed umane. Sia Lei a proteggere e ad accompagnare il pellegrinaggio della nostra Chiesa verso la santità, aiutandoci ad avanzare come comunità evangelizzata ed evangelizzante, segno credibile ed efficace, di Gesù, unico Salvatore: ieri, oggi e sempre! (cfr. Eb 13,8). Così sia!

 

Giuseppe Cardinale Petrocchi,  Arcivescovo.

 

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