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Venerdì, 06 Aprile 2018 12:29

Nove anni dopo il terremoto, ecco come si racconta oggi L’Aquila

L’AQUILA: - di Cristina Parente - “E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno. Finse di morire per un giorno, e di rifiorire alla sera, senza leggi da rispettare. Si addormentò in un angolo di cuore per un tempo che non esisteva. Fuggì senza allontanarsi, ritornò senza essere partito, il tempo moriva e lui restava”.

Era il 6 aprile di nove anni fa quando L’Aquila decise, in una notte fredda e buia, di addormentarsi.

Come recitano le parole di Luigi Pirandello, tratte da “Poesie sparse”, L’Aquila è un po’ come un amante che si ama perdutamente e senza fine. Fugge, scappa, si addormenta soavemente per un breve tempo, ma resta per sempre lì nei nostri cuori perchè l’amore, quello vero, non muore mai.

In questi nove anni abbiamo vissuto L’Aquila in tutte le sue sfaccettature.

L'Aquila nove anni dopo, vista dall'altoAbbiamo vissuto L’Aquila bella, quella delle piccole rinascite.
Piccolissimi passi che hanno dato modo agli aquilani di sorridere almeno per un istante, chiudere gli occhi e credere che questa città, nonostante tutto, continuerà a vivere e soprattutto a resistere.

Abbiamo vissuto L’Aquila brutta, quella dalle mille sfumature politiche. Quella che ti promette tutto, quella ingannevole e dalle mille parole.
Quella che nessuno vorrebbe né più vedere né più sentire, ma con cui ormai abbiamo imparato a convivere.

Poi abbiamo vissuto L’Aquila degli aquilani, quella vera.
Quella che a distanza di nove anni, da quella terribile notte, continua a farci battere forte il cuore quando passiamo nei posti più colpiti e che ci fa scendere una lacrima nel ricordare che lì a perdere la vita sono state tante persone innocenti.

Tante volte mi è stato chiesto di raccontare la mia città, di descrivere le sue ferite.

Credo che la vera L’Aquila non sia quella descritta in tante occasioni anche dai mass media ovvero quella dalle infinite passerelle, da parole dette e scritte solo in occasione di anniversari o di eventi che la ricordano, è quella che per passare su Piazza Duomo a ora di pranzo dovevi chiedere quasi permesso e la tua passeggiata si mischiava alle grida del mercato e all’odore del cibo.
Per gli aquilani quella notte maledetta resta un ricordo vivo ogni giorno. Al 6 aprile, si sa, non si scappa.

Le crepe che si continuano a vedere nei muri delle case e dei palazzi sono le stesse che si sono aperte nei nostri cuori anno dopo anno, ma sono proprio queste a essere le più difficili da riparare.

"Occorre non solo riedificare le devastazioni esterne (ancora visibili), ma ricomporre le fratture interiori, provocate dal sisma. Infatti, c'è un terremoto che scuote la terra, ma c'è anche il terremoto dell'anima, che ferisce la mente, gli affetti e i rapporti interpersonali. Per questo, i primi verbi da coniugare per la ricostruzione non sono ‘progettare’ e 'fare', ma 'ascoltare' e 'incontrare'". Sono queste le parole dell'arcivescovo metropolita di L'Aquila, Monsignor Giuseppe Petrocchi, in occasione del nono anniversario del terremoto del capoluogo abruzzese.

Il pensiero di Petrocchi mi ha spinta ad andare in giro per la nostra città ascoltando e incontrando gli aquilani.

“Non so se il dolore mi renderà mai giustizia, se riuscirò un giorno a tirarlo fuori e a concretizzarlo per renderlo così com’è. In questi anni è come se avessi messo davanti a tutto la sola idea di sopravvivenza nella profonda incertezza del presente, perché la paura prende spesso il sopravvento e, con tutta la buona volontà, risulta ardua l’impresa di vedere un mio futuro qui in questa meravigliosa città che tanto amo.” E’ questo il racconto di Sonia, aquilana da sempre come sottolinea lei stessa, che alla domanda – quale sia ancora secondo lei il rischio più grande a cui ognuno di noi è sottoposto – risponde: “non bisogna trascurare l’aspetto umano in tutte le sue sfaccettature, altrimenti molti di noi potrebbero non farcela! Ed è quello che in questi anni in molti casi purtroppo è già successo.”

Con gli occhi invece pieni di emozione, Fabio, 29 anni aquilano, decide di portarmi direttamente di fronte casa sua e proprio lì, davanti ai ricordi della sua infanzia e con una voce spezzata ancora dal dolore, inizia a raccontare: “mi sono sempre considerato un privilegiato perché abitavo ‘ai quattro cantoni’, in un appartamento delizioso con le finestre su Corso Umberto e Piazza Palazzo. Quando la mattina uscivo per andare a scuola, sentivo le voci del cuore della città e l’odore caldo del pane del vicinissimo fornaio in Via Patini, il più affollato della città. Ed ero privilegiato perché quel pane potevo comprarlo un momento prima di tornare a casa per pranzo, senza neanche trovare la fila. Sono un privilegiato perché io questa città, ferita nei suo organi, l’ho vissuta, l’ho respirata e l’ho amata. Da nove anni vengo qui tutte le mattine e chiudendo gli occhi cerco di non pensare alla polvere che riempiva il mio volto quella notte, alle macerie che avevo addosso e che non mi permettevano di muovermi, non penso alle grida di mio fratello, ma penso a tutto quello che di meraviglioso ho avuto modo di vivere nei momenti immediatamente prima al terremoto. Ricordi vivi nel mio cuore, ricordi di un aquilano che anche se ferito ha ancora la possibilità di vivere.” Fabio il 6 aprile del 2009 ha perso entrambi i genitori sotto le macerie.

Mi sposto verso Piazza Duomo ed è lì che incontro Fabrizio, aquilano di adozione ormai da 60 anni, che nel raccontare L’Aquila nella sua saggezza anagrafica mi spiega come in: “troppi prima non conoscevano le coordinate di questa città e troppi ora le vorrebbero conoscere per i loro business. Qualcuno si è sfregato le mani pensando all'affare in arrivo, ma L’Aquila non ci bada e guarda avanti.”

“Avevo solo 8 anni quando la terra ha iniziato a tremare. Ricordo tutto di quella notte, nonostante fossi solo una bambina di terza elementare. Sono felice di vivere la mia adolescenza qui, anche se tutti noi ragazzi sentiamo davvero l’esigenza di avere punti di aggregazione al di fuori dei centri commerciali, che ormai fanno parte del nostro quotidiano.” A sollevare una delle criticità più importanti del dopo sisma è Maria, che rappresenta il futuro della nostra città proprio come tanti altri giovani.

Il 6 aprile 2009 siamo stati svegliati da quel sonno delicato e lungo, siamo stati svegliati perchè a voler iniziare a dormire da quella notte era la nostra amata L’Aquila e noi, amandola perdutamente come solo un vero innamorato sa fare, abbiamo deciso di accontentarla.
Noi ti aspettiamo perchè, come scrive Pirandello, come ogni amore vero sei destinata a tornare presto.

L'Aquila dopo sisma 2009Concludo con un refrain di canzone, quella degli “Artisti uniti per l’Abruzzo”: “Dove sarò domani, che ne sarà dei miei sogni infranti, dei miei piani. Dove sarò domani, tendimi le mani, tendimi le mani…”

A quanti mi chiedono di parlare dell’Aquila dico sempre che la mia città toglieva il respiro, anzi, lo toglie anche ora che è ferita, fasciata, impolverata dalla ricostruzione, rattoppata e con un odore diverso rispetto a quello a cui eravamo abituati.

Io lo so dove sarò domani. Domani sarò sempre qui a L’Aquila.

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